Ci sono giornate che aspetti con ansia, contando ogni singolo minuto che separa l’inizio dalla fine. Altre che invece vorresti non finissero mai. Oggi molto probabilmente è una domenica in cui sono vere entrambe le cose.
Ci sono giornate che aspetti con ansia, contando ogni singolo minuto che separa l’inizio dalla fine. Altre che invece vorresti non finissero mai. Oggi molto probabilmente è una domenica in cui sono vere entrambe le cose.
Ricapitolando, in pochi giorni tutti andò a rotoli. E scrivo a rotoli per non essere volgare. Poco prima di giocare a Reggio Emilia (e prenderne 4) al lotto dei tamponi uscì un negativo sulla ruota di casa mia e improvvisamente mi sentii libero. Libero di tornare in ufficio, allo stadio e alla mia vita di prima.
"Certo che dopo una partita del genere avrai ben poco da scrivere su quel blog". La domanda indagatrice di S. mi ha riportato alla realtà, dopo che per alcuni minuti la mia mente bacata aveva vagato per prati verdi e spazi immensi, alla ricerca di un motivo valido (uno) per farmi andare bene questa ennesima occasione casalinga, inesorabilmente sfumata senza reti.
Ad essere sinceri, la vita non è che poi mi vada così male. Anzi, a volte mi sembra di essere vittima di qualche strano incantesimo, di quelli delle fiabe, nel quale ad un certo punto passa di lì uno per caso e rovina tutto. Se così fosse, vorrei dire alla principessa in procinto di salvarmi di farsi un ballino di cazzi sua e girare parecchio alla larga dal mio palazzo. Tanto troverebbe soltanto Radio Piazzale ed il suo interrogatorio da Gestapo.
La partita è terminata e il Siena ha perso. Punto. Ma la fine manco l’ho vista, perché qualche attimo prima del triplice fischio, una volta raggiunta l’amara consapevolezza di aver sciupato l’ennesima occasione della nostra annata, me ne sono scappato in terrazza, dalla quale posso ancora far parte del mondo di tutti i giorni e sentirmi un po’ normale.
C’è un momento particolare delle mie giornate trascorse con S. e il mio piccolo cane dal nome troppo lungo che mi mette ansia.
E’ tutto il giorno che mi frulla in testa una canzone. Una di quelle vecchie vecchie, che mi pare parlasse in tono abbastanza scanzonato di libertà o roba del genere. Mi pare di ricordarne l’aria e forse la fischietto pure, ma più ci penso e più non mi ricordo né le parole ne l’autore. Eppure da qualche parte, nel disco fisso del mio stanco cervello, sono sicuro ci debba essere anche il testo, magari sepolto tra quintali di nozioni inutili e polverose, poesie imparate a memoria (che non mi entravano mai in testa, al contrario delle sigle dei cartoni animati), date delle tre guerre puniche, nomi delle capitali delle repubbliche ex Urss, anni di nascita e morte del Pascoli, etc.
Forse ha veramente ragione quel tale che si chiede “se la più grande fatica è riuscire non far niente”, perché, intrappolato in questa prigione spazio temporale, dove le giornate sembrano infinitamente lunghe e le ore si contano con le ombre, che si allungano sul terrazzo fin quando non viene sera, non so più come ingannare il tempo.
Eppure se ripenso a com’era cominciata la giornata, mi rammarico ancora di più considerando come sta finendo.
"Ottobre è proprio un mese da ricchi". Me ne esco con questa personale certezza addentando l’ultimo pezzetto di ciaccino con l’uvetta, cotto durante un lunghissimo pomeriggio di chiacchiere, nel quale il telefono cellulare è squillato meno del solito e S. (la mia nuova vicina ‘speciale’) ha deciso di condividere tutto il suo tempo con me, aspettando di vedere la partita della Robur contro il Cesena.
Ci sono giornate nelle quali, senza un apparente motivo, mi sento proprio uno stronzo. Mi sveglio con i coglioni girati e me ne sto tutto il giorno in cerca di un pretesto per ferire qualcuno, come se arrecare dispiacere potesse migliorare la mia condizione di disagiato sociale prima e recluso sanitario adesso. E quel qualcuno spesso e volentieri è una persona che non ha colpe, se non quella di trovarsi nel punto sbagliato al momento giusto.
Tento di ingannare il tempo che ancora mi separa dal fischio di inizio di Olbia - Siena controllando gli stati di WhatsApp dei miei contatti, mentre il mio piccolo cane dal nome troppo lungo fa la staffetta tra la terrazza davanti e quella dietro, abbaiando a qualsiasi cosa abbia almeno quattro gambe e una coda (tutti i padroni dei cani del circondario pare si siano dati appuntamento per le 17.30 sotto casa mia perché nemmeno da Arcaplanet avevo mai visto così tanti guinzagli tutti insieme).
Le chiavi dell’auto abbandonate sul mobiletto dell’ingresso, che in molti chiamano svuotatasche, sembrano così inutili viste con gli occhi di chi non può ancora uscire di casa ed è costretto a guardare il mondo dalla finestra.
Come una donna bellissima ma estremamente capricciosa, l’imprevedibile settembre quando vuole sa regalare momenti di assoluta meravigliosa. Soprattutto al tramonto, mentre il cielo su Siena da rosa montone vira verso l’ azzurro nicchio, prima di tingersi di un nero profondo costellato da un milione di piccoli puntini gialli.
Ragazzi, qui se non si finisce di perdere, questi non smettono di chiacchierare! Oggi tocca ad Andrea Bellandi, DG.
Ancora una volta ci garba soffermarci su una intervista, stavolta post gara e stavolta di Mister Maddaloni. Perché a nostro avviso offre interessanti spunti di riflessione.
Quando giocavo in categoria, soprattutto nelle squadre di paese, c'erano delle partite che più delle altre dovevamo vincere.