La partita è terminata e il Siena ha perso. Punto. Ma la fine manco l’ho vista, perché qualche attimo prima del triplice fischio, una volta raggiunta l’amara consapevolezza di aver sciupato l’ennesima occasione della nostra annata, me ne sono scappato in terrazza, dalla quale posso ancora far parte del mondo di tutti i giorni e sentirmi un po’ normale.
E’ incredibile come la storia recente della nostra Robur sia costellata da un’infinita serie di partite spartiacque, tutte inesorabilmente sciupate, tutte immancabilmente perse. Se S. non fosse in casa avrei spiccato tutti i santi del paradiso, come se prendendomela con il cielo poi potesse alleviare la mia situazione. Che stupido che sono. Mentre il mio piccolo cane dal nome troppo lungo mi lasciava solo nel fresco della sera, rientrando velocemente in casa per riguadagnare il suo posto, al calduccio fra i piedi di S. (che mi guardava senza dire niente dal momento dell’inaspettato goal ospite) io rimuginavo sul passato, in cerca di un qualcosa che potesse allievare le mie pene o forse aumentarle.
Come aggrappato ad un dardo scoccato dal guardiano del tempo, senza un vero motivo sono tornato al rigore sbagliato da Rosina in quella maledetta serata di Varese di quasi dieci anni fa, nella quale finì la prima parte della nostra vita da tifosi e da ragazzi sognanti ci svegliammo bruscamente uomini disillusi. Ho ripensato alle occasioni nelle quali la Robur avrebbe potuto dare un senso al suo campionato e forse alla sua storia e un fastidioso senso di angoscia mi ha attanagliato le viscere. Perdere fa sicuramente parte del gioco ma a me non è mai piaciuto. E’ c’è da dire che in vita mia ho quasi sempre perso. Odio perdere, soprattutto con una squadra storicamente antipatica, i cui colori rievocano nostalgici fasti di un passato sempre più distante, nel quale le partite che contavano non si sbagliavano mai. Per riportare la gente allo stadio e provare a ricostruire una tifoseria, oggi più che mai smarrita ed in balia di un’improvvisazione, sicuramente meritevole ma quantomeno limitata, occorrono i risultati sul campo, no i discorsi al bar. Ma non dei risultati a caso: occorre vincere le partite chiave. Vedi quella con il Livorno di qualche anno fa, persa al 95 minuto dopo averla riacciuffata per caso, quella con la Reggiana dello scorso anno e quella di oggi con la Lucchese. E invece… Invece nel momento più bello, nel quale dare un segnale chiaro alla nostra stagione, vengono fuori una serie di limiti strutturali che ci riportano alle parole, sagge e profetiche, del nostro DS, con le quali ci ricordava che l’obiettivo sarebbe stata una salvezza tranquilla e niente di più. Soltanto che noi tifosi invece - anche se non lo diamo a vedere e anzi ci raccontiamo esattamente il contrario nei lunghi pomeriggi che separano le chiacchiere dalle partite - vorremmo sempre vedere il Siena vincere e trionfare. E dopo ogni sconfitta non perdiamo mai la cattiva abitudine di rimanerci male.
S. continuava a fissarmi, incerta se spezzare questa coltre di silenzio che la sconfitta della Robur aveva creato, oppure seguitare a giocherellare col telefono. Mi giravano (e mi girano anche adesso) i coglioni e non lo davo a nascondere. Forse, in un’altra situazione, con la quasi donna dei miei sogni seduta sul divano avrei dovuto fregarmene del calcio e pensare ad altro. Ma non ce la facevo. Se la Robur è il mio sesso, oggi pomeriggio ho avuto proprio la sensazione di aver fatto una clamorosa cilecca. Questa mattina un mio amico, al quale ho raccontato un po’ di me e di S. (non mi sembra giusto per nessuno scrivere "noi"), mi ha risposto: "Se non la trombi nemmeno oggi sei finocchio". Smaltita la fortissima tentazione di bloccare per sempre il suo contatto, ho cancellato il messaggio (caso mai non capiti la sfortunata coincidenza che lo adocchi S.) e ho pensato che l’orientamento sessuale c’entra poco col fatto che non riuscirò mai ad approcciarmi ad S. in un modo diverso. Forse, come la Robur, io sono destinato ad una salvezza tranquilla, senza sussulti o vittorie da raccontare. Forse sono condannato a mancare inesorabilmente tutte le occasioni buone. E forse dovrò vivacchiare nell’anonimato di una mezza classifica, mentre gli altri vengono, vincono (e per vincere ho in mente una cosa ben precisa) e se ne vanno. Come se avesse intuito i miei pensieri, S. si è alzata in piedi e mi è venuta incontro, soffermandosi sulla portafinestra, scossa da un leggero e inaspettato brivido. Nonostante tutto è pur sempre novembre e se sparisce il sole, il vento ci ricorda che non è più tempo di magliettina e canottiere. "Un euro per i tuoi pensieri", mi ha detto, con la speranza di strapparmi una smorfia. Poi mi ha regalato un sorriso, trasparente e naturale, rispetto al quale è impossibile non provare affetto. Non c’era traccia di sarcasmo nelle sue parole mentre mi diceva: "Non pensavo ci tenessi così tanto alla Robur". Mi ha guardato stupita mentre per una volta non sapevo cosa dire. Poteva andarsene e lasciarmi da solo ad affogare nella mia tristezza come un bucaneve nel caffè latte, oppure poteva canzonarmi con la storia che il calcio non mi dà da mangiare e sarebbe più importante riuscire a togliersi di dosso questo maledetto virus che ci imprigiona in casa piuttosto che lagnarsi sul Siena, ma invece ha fatto l’unica cosa che una donna sana di mente non farebbe mai in questo momento: ha parlato, ha domandato, si è interessate a me. E lo ha fatto con parole calme ma decise, come un turista alla stazione che vuole andare in centro, o uno studente al primo giorno di scuola. Oramai l’ho capito: S. è una donna che non lascia perdere. Accendendo l’interruttore del fascino, la ragazza ha abbassato di mezza tonalità la voce (ho scoperto da poco che la scala dei decibel è logaritmica ma non so bene perché mi sia venuto in mente in questo momento) e si è sfilata dai capelli la matita che fino ad un secondo prima li teneva fermi (anche se non ho mai capito come facciano le donne a fare questa cosa) e poi ha cercato di tirarmi fuori dal pozzo nero nel quale stavo precipitando. Se fossi mia, adesso ti bacerei, ho pensato, ma in quel momento non riuscivo nemmeno a distinguere se quel "mia" utilizzato a casaccio fosse pronome o aggettivo, figuriamoci come potevo spingermi a tanto. Mentre con la mente vagavo su pensieri lontani, tra una parola e un’altra l’ho sentita chiedere: "Era una partita molto importante, vero?". Per poi aggiungere, un po’ più sommessamente: "Dispiace anche a me". Io per un secondo ho avuto la tentazione di dirle che no, in fondo non era né più importante né meno di altre. Che il nostro campionato è questo. Che la nostra storia è questa. Che io sono questo. Che le devo smettere di farmi illusioni, distorcendo la realtà con surreali fantasie. Che a forza di illudermi non so più nemmeno riconoscere la realtà. Ma invece mi sono limitato a rispondere un semplice sì. Poi, giusto per colmare la voragine di silenzio che stava scavando il mio laconico sì, ho aggiunto con un pizzico di malinconia che sapeva tanto di ultimo giorno d’estate: "Nei grandi campionati della Robur, c’è sempre una vittoria con la Lucchese". S. mi ha guardato piegando la testa di lato, senza aggiungere altro (quanto è dolce quando fa così). Poi si è voltata e rivolta ad Alexia ha comandato: "Alexia, riproduci "Celeste Nostalgia" di Riccardo Cocciante (Alexia volume 4). Poi tornando sui suoi passi mi ha sfiorato una guancia con la mano destra, raddrizzando con un solo gesto questo storto pomeriggio, un po’ amaro e un po’ inutile.
Siena - Lucchese 0 a 1: s’è perso con un tiro in porta. Sbilenco, per giunta. E mi girano i coglioni. Per una sera non mi va di aggiungere altro. Adesso, come sempre, cominceranno i disfattismi, le critiche, i tristi presagi e le profezie nefaste. Ma io non ho voglia di sentire nessuno. Non eravamo forti prima e non siamo certo dei somari adesso. Io vi batto comunque le mani e vi dico bravi. Prima o poi vinceremo anche noi una partita senza meritarlo.
Segue
…Siena calcio il nome, lotta con onore!
Mirko

È il momento di fare quadrato attorno al Direttore Salvini.
RispondiEliminaForza Robur
Esatto adesso cominceranno disfattismi, le critiche, i tristi presagi, , le profezie nefaste come dici te, è già cominciato; il senese è così.
RispondiEliminaEhilà Q, ricordati che l’infinito è un posto stretto (non credere a chi dice il contrario). Esse.
RispondiEliminaEffettivamente basta un piccola capanna per due cuori e un'emozione...
EliminaSi ma con la parabola nel tetto, sennò sai che par di palle…
Eliminaio di parabola ricordo solo qualla di Maccarone contro la Fiorentina!!! E mi sa che se lo ricordano bene anche loro...
Eliminase fossi un fioraio ti regalerei i fiori più belli al mondo, ma vendo fuochi d'artificio sicché ....
EliminaQuoto il rappresentante dei fochi d’artificio. Cercasi fantasista. Astenersi perditempo (che si scrive tutto appiccicato :))
EliminaA me i fuochi d’artificio fanno paura.
EliminaIl rappresentante del trastullo vorrebbe passare…
Eliminamettiti l'anima in pace...
Eliminao ma come parlano quelli di Rigutino? ;-)
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