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mercoledì 2 novembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 18

E’ tutto il giorno che mi frulla in testa una canzone. Una di quelle vecchie vecchie, che mi pare parlasse in tono abbastanza scanzonato di libertà o roba del genere. Mi pare di ricordarne l’aria e forse la fischietto pure, ma più ci penso e più non mi ricordo né le parole ne l’autore. Eppure da qualche parte, nel disco fisso del mio stanco cervello, sono sicuro ci debba essere anche il testo, magari sepolto tra quintali di nozioni inutili e polverose, poesie imparate a memoria (che non mi entravano mai in testa, al contrario delle sigle dei cartoni animati), date delle tre guerre puniche, nomi delle capitali delle repubbliche ex Urss, anni di nascita e morte del Pascoli, etc. 



Che poi, uno che ha imparato la storia dell’uomo con SuperFantozzi, consumando il vecchio nastro VHS da 180 minuti sul quale avevo registrato direttamente da Italia 1 (con tanto di pubblicità e telegiornale nel mezzo), non è che abbia tante nozione in archivio. Diciamo che con un po’ di fantasia e una buona memoria, mi sono sempre arrangiato. Il classico potrebbe ma non vuole. Con il mio piccolo cane dal nome troppo lungo sempre fra i piedi poi, non mi riesce di fare niente. Avevo anche pensato di aspettare la partita di oggi pomeriggio, nella quale la Robur affronterà il SDT (San Donato Tavarnelle) facendo qualche esercizio ginnico, giusto per riprendere un po’ di confidenza con l’attività fisica, bruscamente interrotta a causa di un batuffolo di cotone infilato nel naso e innaffiato con del liquido trasparente, che ha decretato il mio stato di reclusione forzata, almeno fino a quando un altro batuffolo di cotone infilato nel naso e innaffiato con del liquido trasparente deciderà che sono guarito. Sono nelle mani di un cotton fioc e non mi sento per niente tranquillo. 

Prendendo il coraggio a due mani (modo di dire che non ho mai capito bene cosa significhi), ho mandato un messaggino a S., la mia nuova vicina di casa anche lei positiva per colpa di un virus in combutta con un batuffolo di cotone. Inizialmente sono stato molto vago, cercando di restare freddo e distaccato. Alla mia precisa domanda "Come va?", mi sono visto recapitare un laconico "Mah… abbastanza". Insistendo un po’, ho cercato di approfondire meglio: "Ma abbastanza bene, abbastanza male, o abbastanza insomma?", ho domandato. Il mio tentativo deve essere andato a buon fine, perché al pari dell’Apollo 11 con la Luna, la mia battuta è atterrata direttamente sul suo umore, provocandole quello che spero sia stato un sorriso, visto che mi ha risposto con una fila di faccine sorridenti, seguite dalla frase "Abbastanza bene. Te?". Io - sarà stata la strepitosa e alquanto fuori stagione temperatura di questi giorni, le foglie secche sull’erba verdissima del giardino condominiale o un cielo così azzurro che anche agosto si è sentito a disagio - abbandonando definitivamente una parvenza di serietà formale ho replicato: "Mah.. da zero a zero". Al mio messaggio poi è seguito uno scalpiccio di passi sul mio soffitto (che a seconda di quale punto di vista lo si guardi può diventare anche il pavimento dell’appartamento di S.), con il rumore che dal soggiorno si è spostato verso la terrazza, lato sole. Poi l’inconfondibile voce della ragazza ha chiesto: "E zero a zero è buono?". Uscendo a mia volta sul bancone, ho alzato lo sguardo per cercare il suo, riparandomi la vista dal riverbero di una luce troppo intensa per essere soltanto autunno, con la mano appoggiata in orizzontale sopra agli occhi, come un saluto militare. "Dipende", ho poi risposto. "Dipende da cosa?", ha insistito lei (mi piace quando diventa pignola e petulante). "Dipende se gioco in casa o fuori", ho risposto senza pensare, digitando velocemente le frasi sulla tastiera virtuale del telefono. In un primo momento S. è rimasta un po’ interdetta dal mio silenzio, poi avvertendo il bilup della suoneria ha realizzato. "Sei un cretino! Che fai mi scrivi?". Sentendomi come Paola Egonu davanti ad un primo tempo veloce, mi sono sentito in dovere di schiacciare a terra questa palla che S. aveva inopinatamente alzato (anche perché con la coda dell’occhio avevo notato che Radio Piazzale era appena entrata nel suo garage, con il chiaro intento di origliare tutto, per poi spifferarlo a mezzo comune): "Ok, smetto di mandarti i messaggi. Però anche parlare dalla terrazza non mi pare una cosa molto intelligente. Perché non scendi da me? Tra un po’ comincia la partita della Robur". La richiesta, di per sé priva di malizia, aveva tuttavia - almeno per me - un sacco di risvolti emotivi e personali: al fatto che mi piace un casino passare del tempo con S. (ma non vorrei essere frainteso, o forse sì) aggiungo che la ragazza porta bene al Siena e ogni volta che è qui con me davanti alla TV (e io non combino qualche casino) si vince o si fa una partitone. Con la semplicità disarmante che la rende meravigliosa (vorrei poter dire speciale, ma temo sia ancora un po’ troppo presto per questa definizione), si è limitata a dire: "Chiudo e arrivo". È proprio vero: le cose belle non vanno programmate, succedono e basta. 

Dopo qualche minuto il sorriso di S. intrappolato nel suo fisico proporzionatamente morbido (era uno schianto, ma mi pareva brutto soltanto a pensarlo) è entrata nel mio appartamento tra i guaiti di giubilo del piccolo cane dal nome troppo lungo, letteralmente impazzita di gioia. La prima cosa che ha detto è stata: "Ci facciamo un passeggiata questa notte?". Io devo averla guardata con la stessa espressione di chi vede il papa giocare a carte al circolo Arci e lei ha sorriso. "Sì, ce la facciamo", ha poi deciso da sola. "Tanto lo sai che con me non ce la fai". La partita è iniziata è dopo pochi minuti siamo andati in vantaggio, 1 a 0  e palla al centro. Il cameramen, chiaramente antipatico e a me avverso, ha indugiato un po’ troppo sul primo piano del viso di Di Santo Subito e S. si è lasciata scappare un "Ammazza che fico" che mi ha suscitato un moto irrefrenabile di gelosia. "E' il nostro 7 bello" ho chiosato, per chiudere velocemente l’argomento, rabbuiandomi un po’ (certo sono davvero scemo!). "Davvero", ha seguitato lei, cospargendo una manciata di sale nella mia ferita sanguinante. Per un secondo ho anche avuto l’impressione lo facesse apposta. Per qualche secondo poi, nel salotto è sceso un po’ di imbarazzo, con S. che mi guardava di nascosto e io cercavo qualcosa di spiritoso per riportare la conversazione sui binari di prima. Se ne deve essere accorto anche il destino, visto che successivamente al goal del vantaggio ha costretto il nostro portiere a compiere due interventi prodigiosi per impedire al SDT di pareggiare. Che poi mi chiedo cosa ci faccia mai il SDT in serie C solo Dio lo sa, visto che ci giocavo contro io, e non ero certo un professionista.

Arrivati all’intervallo con un po’ di apprensione (e un rigore non fischiato), S. si è alzata in piedi per sgranchirsi un po’ le gambe e portandosi le braccia sopra la testa ha lasciato che maglietta le scoprisse un pezzetto di pancia, rivelando un piccolo piercing all’ombelico. Ho represso con violenza qualsiasi pensiero impudico ricorrendo a tre atti di dolore e due Padre Nostri (versione nuova) e mi sono dedicato all’apertura di un Chianti Classico che avevo già pronto per l’uso. Poi ho ripensato alla passeggiata proposta da S. e devo dire che un piccolo velo di nostalgia ha avvolto i miei pensieri. Con un velata tristezza ho capito quanto mi manchi camminare per strada, sul marciapiede consumato dal sole e dalla pioggia, con il profumo di erba umida che alzandosi dai campi e dai giardini si trasforma in nebbia prima di sparire nel cielo. Mi manca tutto del mondo esterno: semafori che tutto il giorno cambiano colore con il medesimo costante ritmo (come il passo di Meli), i bimbi che gridano al parchetto, il rumore dei clacson, i colori dei fiori freschi del chioschetto fuori dal cimitero, che cozza con la triste sacralità del luogo. Mi manca persino non poter vedere quei monticelli di foglie secche, mischiate a mascherine usate, mozziconi di sigarette e gratta e vinci perdenti, accumulati qua e là dal vento e dimenticati dal lavaggio delle strade. Mi manca la mia libertà di sempre, che mi permetteva di poter fare tutto, anche se poi non facevo niente. E capisco che quel non fare niente era una scelta, a differenza di questo, odierno, fare niente, che è un’obbligazione, ma senza rendita e interessi. Avrei voglia di dire a S. che anche a me, questa notte, farebbe piacere passeggiare con lei, ma per adesso c’è la Robur e non voglio che si distragga dal suo compito di portarci bene. 

La partita riprende e dopo un po’ di noia l’arbitro ci fischia un calcio di rigore. Il nostro 7 bello prima litiga col loro buffo portiere e poi lo infila inesorabile, 2 a 0 e bicchieri riempiti. Prima della fine abbiamo anche la libertà di uccellare gli avversari su punizione, per siglare il definitivo 3 a 0. Se penso ai punti che abbiamo buttato via con squadre simili, un po’ mi mangio le mani ma non questa sera. Abbiamo vinto, S. è qui e il sangue dentro al mio cuore sembra stia scorrendo nel verso giusto. Al 90° guardo la curva festeggiare insieme ai ragazzi e avverto un senso di malinconia gigantesco. Mi manca non poter essere lì. Vorrei tanto avere la libertà di poterci tornare al più presto. Poi, improvvisamente, la canzone che avevo in testa da ore, che sembrava sul punto di emergere dagli abissi e puntualmente spariva quando pensavo di averla pescata, affiora e docile docile si lascia prendere. In un moto di gioia do un leggero pizzicotto sulla guancia della ragazza, che arrossisce e abbassa lo sguardo, e chiedo ad Alexia di riprodurre "Mia libertà" di Claudio Baglioni (Alexia volume 5). E dato che non posso avere tutto, per il momento, va bene così.

 

Siena - San Donato Tavarnelle 3 a 0: un applauso per voi e un applauso per noi. Un applauso per tutti, anche per il loro buffo (e un po’ duro) portiere vestito come un Teletubbies. Nonostante il periodaccio appena trascorso, i mille infortuni (quello di Favalli è stato da fantascienza), siamo ancora là. Se rientrasse qualcuno e cominciasse a girarci un po’ meglio, chissà… Per il momento -21 punti alla salvezza. E non siamo ancora a novembre.

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!



Mirko

1 commento:

  1. Ehi Q! Te, a notte fonda, devi sonarle il campanello e portarla bendata in piazza del campo ad ascoltare la Diana sotto la schiena e a contare le stelle (1, 2 e 3 ...forza robur!)

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