Ad essere sinceri, la vita non è che poi mi vada così male. Anzi, a volte mi sembra di essere vittima di qualche strano incantesimo, di quelli delle fiabe, nel quale ad un certo punto passa di lì uno per caso e rovina tutto. Se così fosse, vorrei dire alla principessa in procinto di salvarmi di farsi un ballino di cazzi sua e girare parecchio alla larga dal mio palazzo. Tanto troverebbe soltanto Radio Piazzale ed il suo interrogatorio da Gestapo.
Passo le giornate facendo finta di stare male, giurando il falso a tutti coloro che chiedono distrattamente come stia procedendo la mia quarantena da positivo al Covid. A ogni premurosa domanda rispondo le solite cose che ho letto su internet, tipo: "Mah, sento poco gli odori, la mattina mi sveglio debole e la sera mi duole un po’ la testa". Che poi per un capo come il mio, se mi dolesse davvero ci vorrebbe un moment grosso come un panforte per sortire qualche effetto. E invece… E invece me ne sto tutto il giorno in beata santa pace (pagato per giunta) con la compagnia del mio piccolo cane dal nome troppo lungo e soprattutto di S., la nuova vicina di casa che da qualche giorno è uscita dal cilindro del prestigiatore e mi ha stregato corpo, mente e cuore. E io, ogni volta che la guardo mi sento come un bimbo alla festa dell’unità davanti a quei maghi di provincia che dopo aver fatto tre nodi ad un fazzoletto ci soffiano sopra e abracadabra sin sala bin lo fanno ritornare come appena stirato. Se non ci fosse stato un contratto da milioni di dollari a rovinare tutta la magia, S. potrebbe essere la mia Claudia Schiffer e io il suo David Copperfield. La farei sparire dalla vista del suo antipatico fidanzato elastico (che per fortuna da un po’ di non si fa sentire), per poi rimpicciolirla fino a farla addormentare tra le curve del mio cuore, in modo da tenermela sempre vicino, proprio lì, dove tutto rimbomba.
E invece di magico questa vita non ha molto, a parte la fantasmagorica vittoria della Robur in quel di Alessandria, nella quale abbiamo capitalizzato al massimo l’unica occasione avuta (della serie filo filo, boccone boccone) e Caruso Palosky di padre polacco ha ricordato a tutti, lui sì che lo può dire senza sorrisini e mezze smorfie, da dove viene. La domenica pomeriggio dopo una vittoria esterna del Siena pare il giorno di Natale o quello del compleanno e nessuno al mondo è in grado di rovinarmela, sciupandomi la sorpresa regalata dai bianconeri. Anche S. se ne dev’essere accorta, perché ad un certo di punto ha smesso di rompere i coglioni con la storia che sul primo (come dicono i nonni, ma quelli vecchi vecchi) c’era la cerimonia di apertura dei Mondiali di calcio e che sarebbe stato carino guardarla assieme perché è un momento storico e ronf ronf... A parte il fatto che giocare un campionato del mondo a novembre è un crimine contro l’umanità e che chi ha vietato la birra in un posto dove fa caldissimo andrebbe processato al tribunale dell’Aia (che a casa mia sarebbe il cortile antistante il podere, nel quale razzolano le galline e vengono stesi i panni ad asciugare), per non guastarmi il magico momento dovuto alle endorfine da vittoria che una qualche ghiandola bianconera mi stava rilasciando nell’organismo (lo ammetto, sono drogato di Siena!), ho deciso di accontentare la ragazza, che per risposta mi ha regalato uno dei più bei sorrisi della storia del sorriso (se mai che ne fosse una). In segno di protesta contro la mia decisione di non accendere il riscaldamento e dilapidare tutti i miei risparmi in metano, poco prima S. si era coperta la testa con il cappuccio della felpa, sperando di risultare bruttissima, ma ottenendo un effetto totalmente contrario. La felpa rossa di un qualche gruppo musicale italiano, oramai lisa sui polsini, si sposava perfettamente con il colore della sua pelle, ancora ostinatamente abbronzato mentre dal cappuccio un paio di ciocche in aperto disaccordo con il laccino, scendevano verso il basso come a volerle incorniciar il volto. Come in preda ad una fulminante sindrome di Stendhal, mi sono sentito confuso e disorientato. Senza aver nemmeno il tempo di capire cose stessi facendo le ho detto: "Così sei bella come una Madonna", lei si è girata a guardarmi senza replicare, arrossendo un po’, ma forse solo per educazione. E mi ha detto grazie. Ed è stato un grazie bello come una chiusura di Crescenzi al 90°. Poi per la serie una l’azzecchi e dieci le sbagli, anziché insistere e non rovinare il momento, ho buttato tutto in caciara, indicando sullo schermo l’orribile mascotte di Italia '90 che inaspettatamente aveva fatto la sua comparsa sul campo di uno degli otto inutili stadi che l’emiro ha fatto edificare in 30 km quadrati (per poi ritroncarseli tutti in culo fra 20 giorni). S. mi ha guardato e ridendo ha convenuto con me: "Madonna quanto era brutta". "Davvero", le ho fatto eco io, ripensando a quella meravigliosa estate di Italia '90, nella quale mi svegliai bambino e andai a dormire ragazzo, con un sacchetto colmo di sogni infranti dall’Argentina di Maradona, nell’ultima sera che ho tifato la nazionale in vita mia. Per sentirmi vecchio e darmi un tono, avrei anche potuto aggiungere "Quelli si che erano mondiali, non questo troiaio arabo", ma poi ho rammentato Luca Cordero di Montezemolo, gli stadi costruiti per il calcio ma farciti di piste olimpiche che impedivano la vista della partita (d’altra parte nel pozzo nero dei mondiali dovevano mangiarci tutti), i miliardi fumati, i budget sforati, la fine di un decennio magico che non tornerà mai più, come se i mondiali del '90 fossero stata la mezzanotte di un’ Italia Cenerentola, e sono ritornato alla mente a quell’orrido ammasso di cubi tricolori che era il nostro pupazzo. E pensando che siamo il paese dell’arte, della moda, del design, dell’eleganza e del buon gusto, ho capito che sarebbe stato un nostro sacrosanto dovere fare meglio. S. mi guardava divertita (tempo fa mi ha confessato che le piace quando parto per la tangente e comincio a raccontare la storia dal mio punto di vista, come se tutto il mondo facesse parte di un improbabile Qverso). "Certo", le ho detto, "nel paese degli abusi edilizi, cosa c’era di meglio che un’opera incompiuta come mascotte del mondiali?". Se penso che la gente al potere in quegli anni ci ha rovinato per sempre presente e futuro, avverto ancora in bocca il sapore amaro della bile. Maledetti loro, come maledetti questi di ora che hanno permesso al Qatar di fare tutto ciò: forse è proprio vero, la disonestà non muore mai, cambia soltanto di latitudine.
Improvvisamente ho chiesto a S.: "Ma ti ricordi Vinci Campione delle merendine Kinder?" e le mie parole le devono aver sbloccato un qualche ricordo perché gli occhi (bellissimi e profondi come la notte sul mare vista dalla spiaggia) si sono fatti leggermente acquosi. Poi, a volermi coinvolgere nei suoi ricordi, si è alzata dal suo posto sul divano (quello che una volta era il mio) e mi si è seduta vicino, appoggiando la testa sulla mia spalla, mentre le gambe si sfioravano. Io ho aspettato in silenzio che la vita facesse il suo corso, senza modificarla, inspirando col naso l’odore di S. mischiato al profumo di bucato, che mi ha ricordato casa come il rintocco di Sunto. S. con gli occhi chiusi ha raccontato che i suoi le presero la tuta dell’Italia della Diadora blu (i miei fecero uguale, almeno non furono costretti a comprarmene una nuova), quella con lo sponsor IP e i quadratini bianchi, azzurri e blu sulle spalle. Dopo il goal di Paloschi, non pensavo che questo magico pomeriggio potesse regalarmi qualcos’altro. E invece… Invece mi sbagliavo. Con la testa di S. incastrata sul mio collo (se fosse un vampiro mi fare mordere subito, altro che licantropi), ho chiesto: "Alexia, riproduci "Il Pescatore di Asterischi" di Samuele Bersani" (Alexia, volume 5), S. sottovoce ha detto: "Non la conosco". Ho pensato che per una sera mi sentivo euforico come se avessi bevuto un buon bicchiere di Nebbiolo, anche se in realtà ero perfettamente sobrio. Ma forse è proprio questo l’effetto della felicità, mi sono detto. Quando la canzone è arrivata nel punto in cui Bersani dice "E tu sei bella come quella madonna", S. si è messa a ridere soffocando tra smorfie e linguacce un "E ti pareva… Ma cosa sei un jukebox?", per poi darmi un leggero, veloce, impalpabile e casto - ma clamorosamente atomico e rimbombante - bacio sulla guancia. E lì ho capito dove finisce la realtà e cominciano i sogni.
Alessandria - Siena 0 a 1: quarti in classifica a due punti dalla prima e a meno 15 dalla salvezza il 21 di novembre. Una città normale si sarebbe già stretta intorno alla sua squadra, con bandiere alle finestre e sciarpe al collo anche per andare al lavoro. Ma da queste parti di normale non c’è più nemmeno la benzina, e quel '99/2000 pare lontanissimo visto da quaggiù. Pertanto, tra una cattiveria e una malignità, vorrà dire che faremo da soli, come sempre abbiamo fatto negli ultimi anni. Lasceremo sventolare nel cielo le nostre bandiere, cantando fino all’ultima stilla di voce, per spingerti più in alto possibile, perché la fiamma della Robur, nonostante tutto, brucia ancora.
Segue
…Siena calcio il nome, lotta con onore!
Mirko

Sublime !
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