Eppure se ripenso a com’era cominciata la giornata, mi rammarico ancora di più considerando come sta finendo.
Questa mattina mi sono svegliato immerso in una candida coltre di nebbia (che al pari della pioggia e della neve può essere positiva o negativa a seconda dell’età, dei punti di vista e delle cose da fare). Invecchiando ho capito di adorare la nebbia perché ti lascia dentro quel senso di meravigliosa speranza, esattamente come gli incubi. Spesso la notte mi capita di fare dei sogni bellissimi, nei quali magari la Robur vince il campionato e io cammino mano nella mano con S, con le pupille degli occhi a cuoricino e il mio piccolo cane dal nome troppo lungo che, felice, ci scodinzola fra i piedi. Tuttavia, una volta giunto al risveglio, quando capisco che l’immagine di una S. tutta mia o della Robur prima in classifica a fine campionato altro non sono che le ennesime distorsioni della realtà causata da quella merda del mio cervello, ci rimango sempre molto male, rovinandomi la giornata e soprattutto il rapporto con gli altri. Rapporto che in questi giorni di quarantena si è ridotto al minimo indispensabile, se non fosse appunto per S. (la mia nuova e molto sexy vicina di casa) e Radio Piazzale, la signora del palazzo di fronte che si è fatta carico di rifornirci di viveri e chiacchiere. Ai sogni, dicevo, preferisco di gran lunga gli incubi poiché svegliandomi posso tirare un bel sospiro di sollievo e farli cessare immediatamente. Esattamente come la nebbia di oggi, che nonostante qualche reticenza mattutina, ad un certo punto ha deciso di rarefarsi e lasciare il mondo ai suoi colori caldi di un autunno che sa tanto di primavera.
Dopo un veloce pranzo a base di un paio di schifezze salate e un paio di bicchieri saporiti di Cannonau, ho atteso invano la comparsa di S., la quale mi aveva promesso di scendere da me nel pomeriggio per guardare insieme la partita della Robur impegnata a Sassari contro la Sassarese. Immerso nel torpore del primo pomeriggio, me ne stavo stravaccato sul divano attendendo l’avvio della digestione (e dato che ero solo attendevo anche la comparsa di tutti i suoni legati alla digestione), quando dal pozzo della mia memoria a breve termine ho ripescato le parole pronunciate questa mattina da Radio Piazzale, alle quali in un primo momento non avevo dato molto peso. Non conoscendo minimante la sapiente arte del farsi i cazzi suoi, nel lasciarmi la spesa in fondo alle scale l’allegra signora mi ha chiesto: "Ma te e quella nuova c’avete sempre il virusse?". Colto da un gelido senso di disagio, tanto stupido quanto immotivato, mi sono limitato a mettermi sulla difensiva rispondendo: "Io sì, perché?", alzando di fatto un pallone d’oro per la top player delle curiose che non si è fatta certo pregare dallo spifferare maligna: "Lei però dev’esse guarita perché ieri sera tardi c’aveva uno in casa". L’avrei strozzata ma il mio cervello invece, con una sorta di perfetto meccanismo di autodifesa deve aver reagito prontamente, congelando l’informazione, nascondendola nel cassetto più basso di quella specie di freezer che mi hanno montato al posto della testa. E francamente, pur turbato, l’avevo anche rimossa. Anzi, fregandomene delle parole di Radio Piazzale, stavo giusto aspettando di ricevere un messaggio di S. Come diceva Pirandello, si può stare anni senza far caso al fischio del treno, con il quale tutti i giorni avverte del suo passaggio. Ma quando realizzi che la locomotiva fischia davvero, la vita cambia. E così, dopo aver realizzato di stare aspettando una persona che molto probabilmente oggi non arriverà mai, mi sono sentito terribilmente sciocco e fuori posto. Anche la Robur molto probabilmente si è sentita fuori posto, visto che almeno nei primi 40 minuti di gioco non ha dato certo l’impressione di trovarsi a proprio agio. Controllando per l’ennesima volta il cellulare, ho fatto una cosa che soltanto qualche giorno fa mi sarei sognato di fare: non avendo altri canali social, ho controllato sul WhatsApp di S. l’ultimo suo accesso. Ieri sera alle 22.40. Improvvisamente mi sono sentito quello che di fatto sono sempre stato: l’altro. "Vuoi vedere che il fidanzato elastico, quello che per quanto si allontani torna sempre, è ricomparso all’improvviso?", mi sono chiesto. Misurando la superficie del piccolo soggiorno a grandi passi, mi sono fatto prendere dall’angoscia del sentirmi molto stupito nell’aver riposto tanta speranza verso una persona, che in fondo, non conosco affatto. Come sempre la mia immaginazione ha galoppato in maniera molto più veloce della realtà, distorcendola. E mentre io magari già mi vedevo insieme a lei (pescando il più grosso chicchero della mia vita, perché S. è un jolly di quelli che nel mazzo non trovi mai), lei stava soltanto facendo amicizia con un estraneo. Eppure mi era sembrata sempre trasparente e le sue parole scritte a penna sulla lettera dell’altro ieri profumavano di verità. Oppure sono io che vedo solo quel che voglio vedere. Esattamente sul finire di questo ennesimo lugubre e sconsiderato pensiero, il Siena ha subito goal ed andata sotto 1 a 0 a due minuti all’intervallo. Sarò stata l’assenza di S., il goal della Sassarese o l’espressione afflitta del mio piccolo cane dal nome troppo lungo, fatto sta che mi sono sentito come se avessi preso in piena faccia la palla calciata da Paolo Stringara contro la Lucchese tanti anni fa, quando si alzò dalla panchina al 90° soltanto per far goal. L’intervallo è arrivato nel momento più inopportuno dell’intero pomeriggio, perché ad un cervello afflitto e un cuore in subbuglio non c’è torto più grande che lasciarli senza niente da fare. Non potendo uscire, ho spostato il sacco della spazzatura dalla terrazza davanti a quella dietro. Parcheggiata lungo la strada ho notato un’insolita macchina nera, di quelle tedesche, di quelle potenti, che non avevo mai visto prima. "Vuoi vedere che è la sua?", mi sono chiesto con un misto di rabbia e gelosia, accompagnata da un brivido freddo che mi ha percorso tutta la schiena. È incredibile come già mi possa sentire ai margini di quella che poteva essere la mia storia. Appena qualche giorno fa ero stato in procinto di confessare ad S. che seppur la stessi aspettando da una vita, avevo l’impressione di conoscerla da sempre e oggi siamo distanti anni luce. Addirittura, lì per lì (come il gelato limone e liquirizia) mi erano sembrate parole molto carine da dire. Adesso invece ringrazio il Signore per essermene stato zitto. Con un pizzico di rassegnazione in più e con almeno 10 kg di autostima in meno ho ripreso a guardare la partita e la Sassarese ha raddoppiato. Se non fossi stato prigioniero per decreto ministeriale, avrei spento tutto e sarei uscito di casa. Invece me ne sono rimasto qui a pensare: dai che adesso si ribalta (oh, succederà un’altra volta nella nostra storia moderna - dopo quella di Arezzo - di ribaltare in dieci minuti una sconfitta certa, no? E questa mi sembrava l’occasione giusta). E invece... Come un bimbo che si violenta gli occhi con un film dell’orrore mi sono comunque costretto a guardare tutto ciò che resta della partita bianconera, rispondendo di tanto in tanto ai messaggi dei compagni di sventura.
A proposito di film dell’orrore visti da piccolo, mi è tornata alla mente quella volta in cui decidemmo di vedere i primi tre capitoli della saga di Nightmare insieme ai miei amici del tempo e per i successivi dieci giorni non dormimmo dalla paura. E visto che da qualche parte ho ancora un paio di foto, ho definitivamente abbandonato la partita al suo destino per andare a frugare nelle “scatole” nascoste sotto al letto (che gli americani chiamano teatralmente capsule del tempo), pensando di sfuggita a quanto avrei voluto condividere con S. questo momento e questi i ricordi; e magarli farla ridere. Nella mia compagnia la più grande era Simona, una ragazzina mastodontica dai capelli nerissimi, sempre raccolti in una specie di crocchia portata sulla testa che la faceva assomigliare ad un lottatore di sumo, condizione che la portò immediatamente ad essere chiamata Sumona. Poi c’era Stoviglia, del quale non ricordo il nome di battesimo ma che aveva delle mani grandi come vassoi e Corrado. O meglio Corrado lo era per noi, visto che di nome faceva Marco. A parte il fatto che aveva la mamma più brutta dell’intera galassia (avete presente quando si dice son tutte belle le mamme del mondo? Ecco, in questo caso la signora godeva sicuramente di una specie di nullaosta planetario in grado di smentire questa certezza in tutti i sistemi solari del creato), Corrado aveva una nonna strana, che al tempo in cui era ancora un bambino si era impuntata di non volerlo mandare alla scuola materna. Durante le lunghe mattinate passate in casa con la vecchia bisbetica, Corrado si era innamorato del mitico programma "Il pranzo è servito" condotto dall’immortale Corrado Mantoni e da qui era nato il soprannome. Il bimbetto ne parlava sempre, raccontando a tutti le stesse cose: primo, secondo, dieta. Oggi magari sarebbe stato da psicologo (lui e la nonna), ma al tempo non c’erano tutte queste conoscenze e i bimbi si dividevano tra quelli normali e quelli un po’ più strani, che crescendo diventavano scemi prima e disperati poi. Poi c’ero io a chiudere il quartetto, ma su di me c’è sempre stato poco di dire. Anzi, in verità non ricordo nemmeno se avessi un soprannome (ma anche se lo avessi avuto non lo avrei certo detto a S.). In realtà ci sarebbe stato anche un altro cittino, il nipote del francese, il cui nonno - uno strepitoso gazzilloro di terra - era diventato tristemente famoso ai tempi del Tour de France ascoltato alla radio direttamente dal canale transalpino, quando sostenendo di conoscere il francese per via di oscuri trascorsi a Montpellier, traduceva in diretta la radiocronaca, informando gli altri avventori dell’officina di biciclette dove lavorava sulla situazione di corsa, che vedeva sempre al comando tale Tete de la course davanti a Peloton seguito a ruota da Pursuivant. E per via di questo assurdo nonnino il nostro piccolo amico, suo malgrado, era per diritto di nascita il nipote del francese o il francesino. Chissà che fine avrà fatto oggi. La compagnia si sciolse alla fine delle medie, quando le superiori, i primi amori e i diversi impegni posero una pietra tombale sui nostri comuni interessi. Se solo avessi facebook forse magari poterei cercarli.
Nonostante questo pensiero tuttavia, ancora una volta mi sono sorpreso a pensare a S. Appoggiato alla ringhiera del balcone, ho guardato in basso. L’incontro era finito il Siena ha perso per la prima volta, incassando in dieci minuti più reti di quanto non ne avevamo prese in oltre sette partite. Sul piccolo giardino comunale, ai piedi dell’immenso platano un tappeto di foglie gialle e marroni hanno già creato un insolito tappeto colorato, in aperto contrasto con il cielo azzurro agosto di questo pigro e amaro pomeriggio. Rincasando, mi sono rivolto ad Alexia, chiedendole: "Alexia riproduci "Come Foglie" di Malika Ayane e per 3 minuti e 39 secondi ho lasciato che un’anacronistica malinconia cozzasse contro i caldi raggi del sole, affogando dentro un’insolita tristezza.
Torres - Siena 2 a 0: il più classico dei risultati all’inglese, avrebbero detto anni fa a 90° Minuto. E non mi va di aggiungere altro. Una cosa è certa: non eravamo campioni ieri e non saremo certo degli incapaci adesso. Vorrei tanto poter rialzare la testa immediatamente, senza dare il tempo a questa brutta delusione di far crescere dentro di noi il seme dell’incertezza. E a tal proposito, arriva puntuale un:
Siena - Rimini: nel quale dovremo ripartire insieme per scrivere nuove pagine di felicità! Non sono mai rovinose quelle cadute dalle quali siamo in grado di rialzarci subito. Forza magico Siena.
Segue
…Siena calcio il nome, lotta con onore!
Mirko

Qualche partita sottotono ci sta, perché abbiamo giocato sinora splendudamenre. Ai ragazzu dico.... grinta e divertitevi!
RispondiEliminaSulla QQ (Questione Quercegrossa) sono ossessionato dalla terza o quarta semina del prato.... via non prendiamoci pel culo.
Freddy M.
Alla Società rimprovero poco o nulla. 3 attaccanti rotti di cui Luciani fino febbraio, Arras e Depaoli un altro mese, Paloschi mezzo servizio. La squadra nel complesso è forte e competitiva, Forza Robur!
RispondiEliminaSenio
Vinceremo la nostra battaglia grazie alla f..a
RispondiEliminaSig. Giancarlo
Ambrogio, la mia non è fame, è più voglia di qualcosa di buono... voglissima!
RispondiElimina