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giovedì 16 luglio 2026

La Bulgaria in UE: un metaforico e schifoso inciucio di potere

Attenzione alle date. 1 gennaio 2026: Bruxelles plaude all’ingresso della Bulgaria nell’eurozona, 21esimo membro del club della moneta unica, accolto con fanfare e dichiarazioni solenni sull’importanza storica del passo. 1 giugno 2026: la Commissione Europea propone l’apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Mai un Paese era entrato nell’euro per finire sotto procedura correttiva nel giro di pochi mesi.

Domande. Come è possibile che un paese giudicato idoneo a gennaio sia già fuori parametri a giugno? E perché l’UE, che pure aveva applaudito, ora fa finta di stupirsi?
Secondo le previsioni economiche di primavera della Commissione, il deficit bulgaro raggiungerà il 4,1% del PIL nel 2026 e il 4,3% nel 2027. La soglia del 3% fissata dal Patto di Stabilità è stata ampiamente superata. Problemino: il deficit era già al 3,5% nel 2025… anche se la Commissione a giugno 2025 stimava un deficit al 2,8% per il 2025 e il 2026. Un errore di valutazione che oggi appare quantomeno sospetto.
La Bulgaria è entrata pertanto nell’euro con dati che si rivelano clamorosamente sbagliati. E la Commissione, che avrebbe dovuto verificare, ha firmato il nullaosta. Una innocente svista? Non la pensa così il nuovo primo ministro Rumen Radev, leader del partito euroscettico di sinistra “Bulgaria Progressista”, eletto ad aprile, che ha accusato senza mezzi termini il precedente governo di centrodestra di aver manipolato i dati fiscali per far accedere la Bulgaria nella UE.
Radev, da presidente, aveva proposto un referendum sull’euro mai tenuto, e ora da premier, ha ereditato un Paese che ha adottato la moneta unica suo malgrado e si trova a dover gestire un deficit fuori controllo e ad alta inflazione.
Sofia ha fatto abbellimento dei conti, Bruxelles ha fatto finta di non vedere, tutti si sono infischiati del popolo e hanno evitato di fare un referendum. L’ingresso della Bulgaria nell’euro era un obiettivo politico troppo importante per essere lasciato cadere per qualche decimale di deficit, salvo poi rinfacciarlo a pochi mesi di distanza. Il risultato? Una Bulgaria che ora deve affrontare una procedura di infrazione, con monitoraggio stretto, limitazioni alla spesa pubblica e possibili sanzioni. In poche parole, meno sovranità, meno margine di manovra, più Bruxelles nel bilancio di Sofia. La storia della Bulgaria nell’euro è quindi una metafora perfetta dell’UE: un progetto politico che insegue traguardi simbolici (allargare l’eurozona) senza curarsi dei numeri reali, per poi punire i Paesi membri quando i numeri, inevitabilmente, tornano a galla. Un circolo vizioso in cui a pagare sono sempre i cittadini, stretti tra l’arroganza di Bruxelles e l’opportunismo dei governi locali.

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