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venerdì 20 marzo 2026

La paura inizia a svanire

Israele ha costruito la sua esistenza sulla base di una dottrina di dominio psicologico, basata sulla teoria dell’invincibilità. La violenza schiacciante contro tutto ciò che non è ebraico è stata la sua arma di deterrenza. La paura la sua più importante risorsa strategica. Attenzione perché ora questa storia potrebbe finire.


Raramente le guerre si combattono solo sui campi di battaglia. Si combattono anche nelle menti delle società, nella percezione del potere e della vulnerabilità e nell'immaginario politico di intere regioni. Israele comprese questo principio all'inizio della sua storia e il predominio psicologico divenne una componente centrale della sua dottrina militare.

Fin dai primi anni del progetto sionista, l'idea che il potere dovesse apparire schiacciante fu apertamente articolata. Nel 1923, il leader sionista Ze'ev Jabotinsky scrisse che il sionismo avrebbe avuto successo solo quando la popolazione nativa si fosse convinta che la resistenza fosse senza speranza: solo quando i palestinesi si fossero resi conto di non poter sconfiggere il progetto sionista, sosteneva, ne avrebbero accettato la permanenza. Gli eventi che circondarono la Nakba del 1947-48 riflettevano questa logica. Tra 800.000 e 900.000 palestinesi furono espulsi o costretti ad abbandonare le proprie case, mentre centinaia di villaggi venivano distrutti o spopolati. Le espulsioni avvennero attraverso una combinazione di attacchi militari diretti, sfollamenti forzati e il collasso della società palestinese sotto la guerra. I massacri giocarono un ruolo cruciale nel diffondere la paura. Le uccisioni di Deir Yassin nell'aprile del 1948, in cui più di cento civili furono uccisi dalle milizie sioniste, ebbero rapidamente eco in tutta la Palestina; gli eccidi in numerosi altri villaggi contribuirono a creare un clima di terrore che accelerò lo spopolamento delle comunità palestinesi. L'impatto psicologico di questi eventi fu enorme. La notizia dei massacri si diffuse di villaggio in villaggio, convincendo molti palestinesi che rimanere nelle proprie case significava rischiare l'annientamento. La lezione era chiara: la guerra poteva funzionare non solo come strumento di conquista, ma anche come dinamica di dominio psicologico.

Nel tempo, questo approccio si è evoluto in una cultura strategica più ampia che enfatizzava la deterrenza attraverso una violenza schiacciante. Le guerre di Israele erano progettate non solo per sconfiggere militarmente i nemici, ma anche per rafforzare la percezione che la resistenza avrebbe sempre avuto conseguenze devastanti. I dirigenti israeliani hanno spesso espresso apertamente questa filosofia. Moshe Dayan dichiarò notoriamente che gli israeliani dovevano essere pronti a “vivere di spada (soggiogando)”. La frase esprimeva la convinzione che la sopravvivenza di Israele dipendesse dalla costante prontezza all'uso della forza e dal mantenimento di una reputazione di spietatezza militare. Ehud Barak descrisse il suo Stato come una "villa nella giungla", un'espressione che rifletteva una visione del mondo in cui Israele si considerava un'isola fortificata di civiltà circondata da un ambiente ostile e presumibilmente barbarico, ragione per cui avrebbe dovuto sempre proiettare una forza schiacciante; qualsiasi segno di debolezza, secondo questa logica, avrebbe invitato all'attacco.

Durante la guerra del 2006 in Libano, gli strateghi israeliani formularono quella che in seguito divenne nota come Dottrina Dahiya, dal nome del sobborgo di Beirut che fu pesantemente bombardato durante il conflitto. La dottrina sosteneva l'uso massiccio e sproporzionato della forza contro le infrastrutture civili associate ai movimenti di resistenza, lo scopo non era solo quello di distruggere obiettivi militari, ma di infliggere una devastazione tale da dissuadere intere società dal sostenere i gruppi di resistenza.

Una filosofia simile guidò le ripetute guerre a Gaza. Gli strateghi israeliani iniziarono a riferirsi a queste campagne periodiche come "Falciare l'Erba": la resistenza palestinese non poteva mai essere eliminata definitivamente, ma doveva essere periodicamente indebolita attraverso operazioni militari brevi e devastanti progettate per ripristinare la deterrenza israeliana.

La prima grande rottura nell'aura di invincibilità si verificò nel maggio 2000, quando Israele si ritirò dal Libano meridionale dopo anni di occupazione e di dura reazione da parte di Hezbollah. In tutto il mondo arabo, l’evento fu interpretato come la prima volta in cui Israele fu costretto a ritirarsi sotto pressione militare.

Tuttavia, il colpo più profondo alla dottrina psicologica si è verificata con gli eventi del 7 ottobre e la guerra conseguente. La portata della violenza fu senza precedenti anche per gli standard delle precedenti guerre contro Gaza, l'obiettivo non era semplicemente una rappresaglia militare o una punizione collettiva, era anche un tentativo di ripristinare l'equilibrio psicologico che si credeva fosse stato infranto. Ma il genocidio di Gaza ha prodotto un risultato molto diverso. Molti video si diffusero sui social media mostrando veicoli blindati israeliani, inclusi i temuti carri armati Merkava, colpiti da armi anticarro palestinesi relativamente semplici. L’invincibilità tecnologica di uno degli eserciti più organizzati al mondo vista da milioni di spettatori in lotta serrata contro combattenti che operavano in condizioni di assedio con armi rudimentali.

La guerra contro l'Iran ha intensificato questa trasformazione psicologica. Per decenni, la società israeliana ha creduto che il proprio territorio fosse protetto da uno scudo difensivo pressoché impenetrabile. La vista di ondate di missili iraniani che colpiscono regolarmente obiettivi all'interno di Israele ha quindi assunto un enorme valore simbolico: la messa in discussione di uno dei presupposti più radicati nella politica mediorientale, cioè che Israele sia militarmente intoccabile. Allo stesso tempo, altri attori stanno sfruttando questo cambiamento di percezione: Hezbollah continua a mantenere significative capacità militari nonostante una feroce repressione, i gruppi di Resistenza palestinesi rimangono attivi nonostante la devastazione di Gaza, Ansarallah in Yemen pronto ad interrompere le rotte commerciali nello Stretto di Bab al-Mandab, Hormuz inibito alla navigazione.

La guerra scellerata contro l’Iran, oltre alla devastazione che sta producendo, sta dimostrando la caduta definitiva dell'aura di invincibilità che un tempo amplificava il potere di Israele.

La paura inizia a svanire.

1 commento:

  1. Se dio vole.... aggiungo io. Per me è stata utile la lettura del libro "ogni mattina a Jenin"

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