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mercoledì 4 febbraio 2026

Argomentazioni sulla fine dello Stato di Giudea

Approfondimento dell’articolo di ieri. Se no la gente dice che è tutta una utopia, che niente sarà risolto in terra palestinese e così via. Bene, oggi vi portiamo le argomentazioni di Pappe’, quando dice che Israele ha imboccato la strada della fine.


Sostiene difatti Pappe’ che i segni della fine di questo Israele in mano a folli fondamentalisti religiosi siano manifesti. E quindi, andiamo ad elencarli.

Un primo indicatore di questa crisi è la spaccatura della società ebraica israeliana, attualmente composta da due fronti rivali che non riescono a trovare punti in comune. La rottura nasce dalle anomalie nell’aver definito l’ebraismo come nazionalismo. Sebbene l’identità ebraica in Israele a volte sia sembrata poco più che un argomento di dibattito teorico tra fazioni religiose e laiche, ora è diventata una lotta per la definizione del carattere della sfera pubblica e dello Stato stesso. Una lotta che non si combatte solo sul terreno dei media e dell’informazione, ma anche nelle strade. Uno dei due fronti può essere definito “Stato di Israele”. Comprende gli ebrei più laici, liberali e per lo più (ma non esclusivamente) della classe media europea e i loro discendenti, che sono stati essenziali nella creazione dello Stato nel 1948 e che sono rimasti egemoni fino alla fine del secolo scorso. Ma non facciamoci trarre in inganno: la loro difesa dei “valori democratici liberali” non intacca la loro adesione al sistema di apartheid imposto, in vari modi, a tutti i palestinesi tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il loro desiderio fondamentale è che i cittadini ebrei vivano in una società democratica e pluralista da cui gli arabi sono esclusi. L’altro campo è lo “Stato di Giudea” che si è sviluppato tra i coloni della Cisgiordania occupata. Gode di un sempre maggior consenso all’interno del Paese e costituisce la base elettorale che ha garantito la vittoria di Netanyahu alle elezioni del novembre 2022. La sua influenza nelle alte sfere dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani sta crescendo in modo esponenziale. Lo Stato di Giudea vuole che Israele diventi una teocrazia estesa su tutta la Palestina storica. Per raggiungere questo obiettivo, è determinato a ridurre al minimo indispensabile il numero di palestinesi e sta considerando il progetto di costruire un Terzo Tempio al posto della moschea di al-Aqsa. I suoi membri ritengono che ciò consentirà loro di restaurare l’epoca d’oro dei regni biblici. Per i membri dello Stato di Giudea gli ebrei laici, se si rifiutano di unirsi al loro sforzo, sono eretici quanto i palestinesi. I due fronti avevano iniziato a scontrarsi violentemente prima del 7 ottobre. Durante le prime settimane dopo l’assalto sembravano aver messo da parte le loro differenze per far fronte unico contro il nemico comune. Ma si trattava di un’illusione. Gli scontri si sono riaccesi ed è difficile capire cosa potrà eventualmente portare a una loro riconciliazione. L’esito più probabile si sta già concretizzando sotto i nostri occhi. Più di mezzo milione di israeliani, che rappresentano lo Stato di Israele, da ottobre hanno lasciato il Paese, un segnale che esso sta per essere travolto dallo Stato di Giudea. Si tratta di un progetto politico che il mondo arabo, e forse anche il mondo in generale, non tollererà a lungo.

Il secondo segno è la crisi economica di Israele. La classe politica non sembra avere alcun piano per riequilibrare le finanze pubbliche nel bel mezzo di continui conflitti armati; inoltre dipende sempre più dagli aiuti finanziari statunitensi. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’economia è crollata di quasi il 20%; da allora, la ripresa è fragile. È improbabile che la promessa di 14 miliardi di dollari da parte di Washington possa invertire questa tendenza. Al contrario, le pressioni economiche non potranno che peggiorare se Israele intensificherà la guerra contro Hezbollah in Libano e l’attività militare in Cisgiordania, proprio in un momento in cui alcuni Paesi hanno iniziato ad applicare sanzioni economiche. La crisi è ulteriormente aggravata dall’incompetenza del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che drena costantemente denaro verso gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, ma che, per il resto, sembra incapace di gestire il suo dipartimento. Intanto, il conflitto tra lo Stato di Israele e lo Stato di Giudea, insieme agli eventi del 7 ottobre, sta spingendo parte dell’élite economica e finanziaria a spostare i propri capitali fuori da Israele. Coloro che stanno considerando di trasferire i loro investimenti costituiscono una parte significativa di quel 20% di israeliani che paga l’80% delle tasse.

Il terzo elemento da considerare è il crescente isolamento internazionale di Israele, che diventa gradualmente uno “Stato paria”. Questo processo è iniziato prima del 7 ottobre, ma si è intensificato dall’inizio del genocidio. Ne sono un riflesso le prese di posizioni, senza precedenti, della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale. In passato, il movimento globale di solidarietà con la Palestina è stato in grado di stimolare le persone e farle partecipare alle iniziative di boicottaggio, ma non è riuscito a far avanzare la prospettiva di sanzioni internazionali. Tra i membri dell’establishment politico ed economico della maggior parte dei Paesi, il sostegno a Israele non è cambiato. In questo contesto, le recenti decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale – cioè che Israele potrebbe esser colpevole di un genocidio, che deve fermare la sua offensiva a Rafah, che i suoi leader devono essere arrestati per crimini di guerra – devono essere viste come un tentativo di dare ascolto alle posizioni maturate in seno alla società civile globalmente e non di dar seguito, semplicemente, all’opinione delle élite. I tribunali non hanno frenato gli attacchi brutali contro la popolazione di Gaza e della Cisgiordania, ma hanno contribuito alle crescenti critiche rivolte allo Stato israeliano, sempre più spesso provenienti dall’alto oltre che dal basso.

Il quarto segnale, strettamente collegato al terzo, è il cambio di rotta tra i giovani ebrei di tutto il mondo. In seguito agli eventi degli ultimi nove mesi, molti sembrano ora disposti a tagliare il loro legame con Israele e il sionismo e a partecipare attivamente al movimento di solidarietà con la Palestina. Le comunità ebraiche, in particolare negli Stati Uniti, un tempo garantivano a Israele un’efficace immunità dalle critiche. La perdita, almeno parziale, di questo sostegno ha importanti implicazioni per la reputazione globale del Paese. L’American Israeli Public Affairs Committee (AIPAC) può ancora contare sui sionisti cristiani per fornire assistenza e rimpolpare le fila dei suoi membri, ma non sarà più la stessa temibile organizzazione senza una significativa componente ebraica. Il potere della lobby si sta consumando.

Il quinto fattore è la debolezza dell’esercito israeliano. Non c’è dubbio che l’IDF rimanga una forza militare potente, che ha a disposizione armi all’avanguardia. Tuttavia, i suoi limiti sono stati messi a nudo il 7 ottobre. Molti israeliani ritengono che l’esercito sia stato estremamente fortunato, poiché la situazione avrebbe potuto essere molto peggiore se Hezbollah si fosse unito a un assalto coordinato. Da allora, Israele ha dimostrato di dipendere disperatamente da una coalizione regionale, guidata dagli Stati Uniti, per difendersi dall’Iran, il cui attacco a sorpresa in aprile ha visto il dispiegamento di circa 170 droni e missili balistici e guidati. Il progetto sionista è legato più che mai alla rapida consegna di enormi quantità di rifornimenti da parte degli statunitensi senza i quali non potrebbe nemmeno combattere un piccolo esercito di guerriglieri nel sud del Paese. La percezione dell’impreparazione e dell’incapacità di Israele di difendersi è ormai diffusa tra la popolazione ebraica del Paese. Ciò ha portato a forti pressioni per rimuovere l’esenzione militare per gli ebrei ultra-ortodossi – in vigore dal 1948 – e iniziare ad arruolarli in massa. Il loro coinvolgimento militare non modificherà di molto l’assetto sul campo di battaglia, ma è sintomatico della portata di dubbi e pessimismo che riguardano l’esercito e che, a loro volta, hanno approfondito le divisioni politiche all’interno di Israele.

L’ultimo indicatore, infine, è il rinnovato fervore tra le giovani generazioni palestinesi. Questi sono molto più uniti, organicamente connessi e chiari sulle loro prospettive rispetto alla classe politica palestinese. Dato che la popolazione di Gaza e della Cisgiordania è tra le più giovani al mondo, questa nuova generazione avrà un’influenza immensa sull’andamento della lotta di liberazione. Le discussioni in corso tra i giovani gruppi palestinesi mostrano che essi hanno a cuore l’istituzione di un’organizzazione realmente democratica – un’OLP rinnovata o completamente nuova – che persegua una visione di emancipazione antitetica alla campagna per il riconoscimento dello Stato palestinese portata avanti dell’Autorità Palestinese. I giovani sembrano preferire la soluzionedi un solo Stato al modello dei due Stati ormai screditato.


1 commento:

  1. quando parlo di utopie non mi riferisco a questo passaggio del precedente articolo: "L’orientamento di fondo di Pappe’ è che non solo non si dovrebbe espellere o vendicarsi con violenza sugli ebrei israeliani, ma nemmeno vanno ridotti a minoranza mal tollerata; andrebbero anzi integrati nel nuovo Stato unificato come componente etnolinguistica con pari diritti e dignità."

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