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sabato 26 novembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 25


Non c’è verso via, quando ti prende la riderella puoi pensare anche alla cosa più triste, brutta e angosciante del mondo, ma proprio non riesci a smettere di ridere. La stupidera, la chiamava la vecchia insegnante di italiano delle medie. 



Era una donnina romagnola paffuta e piuttosto bassa, o diversamente alta tanto per usare una definizione moderna e politicamente corretta, comunista fino al midollo, probabilmente lesbica e totalmente incapace di uscire dal proprio solco didattico, scavato in tanti anni di servizio fra i banchi di una scuola di provincia, negli anni in cui le classi erano ancora composte da italiani, perlopiù autoctoni, a parte qualche sardo di seconda generazione. Se ripenso agli autori assurdi che ci faceva studiare, bypassando totalmente poeti e romanzieri della letteratura classica, ancora mi vengono i brividi. Prima ho parlato di lei a S. poiché Radio Piazzale, la vicina lingua lunga che tutto vede e tutto sa, mi ha detto di averla letta nel foglio bianco e nero attaccato al muro in fondo alla via. Lì per lì non avevo capito, poi realizzando che intendeva un annuncio mortuario sono stato colpito da una gelida folata di tristezza, che mi è penetrata in profondità, come quei refoli di tramontana nei pomeriggi di inverno. S. mi ha guardato in silenzio e poi ha chiesto: "Come si chiamava?". "Giovanna", le ho risposto, ripensando alla ridarella che ci prendeva quando provava a pronunciare la z e come tutti i romagnoli non ci riusciva. E quante volte ci ha dovuto gridare "Alora" (con un sola elle) per farci tacere. 

Insegnare credo sia un lavoro estremamente difficile (e sottovalutato) e farlo per cinquanta lunghi anni a dei mocciosi strafottenti ci vuole una specie di vocazione. Lo Stato certe cose dovrebbe riconoscerle, smettendo di sperperare milioni in fuffa e ricompensando chi getta le basi per le classi future. O per lo meno ci prova. Parlando di Giovanna - stupendo nome da dare ad un bimba, oramai soppiantato da decine di bruttere straniere, molti dei quali difficili da scrivere e alcuni dei quali impossibili da pronunciare (a volte mi piace ascoltare i nonni moderni che chiamano i nipoti, per capire fin dove può arrivare la follia dei genitori) - ho raccontato ad S. di quella volta che tornando da una vacanza estiva all’Elba i miei decisero di allungare il tragitto per andare a vedere le Alpi Apuane. Erano i tempi magici della mia adolescenza, nei quali rispondere Siena alla fastidiosa domanda "Per quale squadra tieni?" era più un segno distintivo che motivo di orgoglio. Anche se a me i colori bianconeri hanno sempre riempito il cuore (e d’inverno la sciarpa degli Ultras Fighter era l’indumento più caldo che avevo nell’armadio). Una volta giunti a Marina di Carrara, preso da un moto di assoluta pazzia, entrai in un tabacchino e acquistai una cartolina da inviare alla prof. d’italiano. Non so bene perché lo feci, ma al tempo mi sembrava un’idea geniale e molto originale. Qualche settimana dopo, poco prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, ebbi l’occasione di imbattermi nella prof. di italiano fuori dalla Coop, la quale mi salutò con la tipica diffidenza di un adulto che non vede un tredicenne da tre mesi e lo ritrova ragazzo dopo averlo lasciato bambino. Guardandomi negli occhi mi ringraziò sincera per la cartolina, non senza aggiungere tuttavia: "C’erano due errori di grammatica e uno di sintassi, ma ho apprezzato molto il pensiero". Forse allora è proprio vero che è il pensiero che conta… Adesso, molti anni dopo, a saperla morta, con i suoi ideali progressisti e la sua voglia di rivoluzione, mi fa tanto strano. Al tempo mi sembrava una donna sola ma invece, crescendo, ho scoperto che sola non lo era affatto (e questo mi ha reso felice), anche se la compagnia che preferiva non era quella classicamente definita dagli standard borghesi cattolici comunemente adottati e accettati dagli abitanti di un frammento di terra sperduto tra la nebbia e l’Amiata, nel quale il cambio di stagione è scandito dai colori delle campagne e dalle fucilate dei cacciatori. 

Una delle capacità di S., che apprezzo molto, è quella di evitare di aggiungere qualcosa di suo ai racconti altrui. Francamente detesto finire di parlare e accorgermi che l’interlocutore sta per rispondere qualcosa che comincia con "Anche io", oppure "La mia" o peggio ancora "A me". La gente dovrebbe soltanto imparare ad ascoltare, capendo che non sempre chi racconta, lo fa perché poi vuole ascoltare: a volte lo fa soltanto perché ha bisogno di farlo e la risposta migliore è davvero il silenzio. Mentre S. cercava di togliere la gabbietta ad una bottiglia di brachetto di tre Natali fa, da gustare (forse) insieme ai biscottini di sua produzione (duri come un cavalluccio dell’anno scorso), ho evitato di dirle che detesto i vini dolci (soprattutto quelli frizzanti). Poi ho ripensato ai tempi delle scuole medie, nei quali si studiava la geografia per scoprire che Massa e Carrara sono due città distinte che formano una sola provincia (come Pesaro e Urbino), che la Germania era appena stata riunificata, abbandonando quelle odiose sigle DDR, BRD etc. (il crollo del muro di Berlino avrebbe di fatto sancito la fine della centralità dell’ Italia nei rapporti di forza est-ovest, ma al tempo eravamo troppo distratti per capirlo) mentre paesi da Olimpiadi come la Cecoslovacchia o l’Urss si disintegravano nel corso di una notte. Se da un lato potevamo esultare per non dover studiare, abitanti, confini, moneta, usi e costumi di due Germanie, ci ritrovammo di fronte ad una caterva di nuove nazioni, molte delle quali dal nome assurdo. Ma che razza di sfortuna! Come a volermi ritirare nel presente dal pozzo dei mie silenziosi ricordi, S. mi ha poi domandato; "Dove giochiamo domani?". "A Siena con la Carrarese" le ho risposto prontamente, arso dalla voglia di abbandonare presto questa nostra prigionia sanitaria e poter finalmente tornare sui gradoni dello stadio, che solo a vederli mi fanno sentire a casa. S. mi ha guardato un po’ incredula, e con un’espressione dubbiosa mi ha chiesto: "Ma la storia della cartolina allora era una cazzata?". Io, facendomi scuro in volto le ho risposto: "Perché?". La ragazza, oltre a farmi notare per la centesima volta che non si dovrebbe mai rispondere ad una domanda con un’altra domanda (sarà anche una cacazzi, ma è comunque fantastica), ha aggiunto che le sembrava una coincidenza troppo coincidente che le parlassi di una cartolina scritta da Carrara poco prima della partita tra Robur e Carrarese. E con una smorfia spiritosa ha anche aggiunto: "Di solito questi patetici trucchetti li usi per scrivere quei pipponi su quel blog del tuo amico, nei quali parli più di me che della Robur". Poi mi ha mostrato la lingua e ha sorriso. Il mio piccolo cane dal nome troppo lungo, oramai convinto di aver trovato una perfetta mamma umana per raddoppiare le coccole quotidianamente ricevute dal suo babbo umano, le ha scodinzolato fra i piedi, mezzo addormentato. Portando la flûte colma di un  vino più rosa/arancio che rosso, le ho chiesto senza un vero motivo: "Sai cosa fanno negli alveari poco prima di cena?". Incuriosita dalla mia domanda, ma un po’ timorosa della risposta ha detto: "No, che fanno?". "L’ape-ritivo", ho esclamato beffardo, ricevendo indietro una cuscinata sul braccio che mi ha fatto rovesciare il vino (meno male perché aveva un sapore davvero terribile) sui pantaloni. A questo punto, se fossimo stati in una pagina di qualche romanzetto Armony, io sarei andato in camere a cambiarmi, lei mi avrebbe seguito e avremmo fatto l’amore per tutta la notta (seeee… nemmeno col Viagra sulla pasta al posto del Parmigiano), ma invece siamo solo nella più squallida realtà di due quarantenni in quarantena, pertanto siamo scoppiati a ridere mentre anche il piccolo cane dal nome troppo lungo, dopo aver annusato con espressione disgustata le gocce cadute sul pavimento, se n’era ritornato fra i piedi di S. In piena ridarella ho poi gridato un isterico "Forza Siena" e sforzandomi di ritornare serio le ho detto: "Con quei pantaloni sei bella come una delle Spice Girl". La ragazza ha incassato il complimento sorridendo, senza però evitare di domandare: "Quale?". A questo punto, incerto sul nome da pronunciare, ho cercato di sviare, "Quella bona", per poi chiederle: "Hai visto che il figlio grande di Victoria e Beckham si chiama Brooklyn?". Lei ha fatto cenno di sì con la testa prima di puntualizzare che le Spice fossero tutte bone. "Che nome di merda", ho aggiunto io. "Ma poverino", ha replicato lei, "magari è nato a New York, vicino al ponte". Sempre più sorridente, come un bimbo che deve dire la poesia, le ho chiesto: "Sì, ma allora se nasceva ad Asciano lo chiamavano Garbo?". La donna dei miei sogni è scoppiata a ridere di nuovo (se bastasse una risata per far innamorare le persone…) e manca poco anche il contenuto del suo bicchiere finiva sul divano. La serata oramai aveva presa una piega particolare, frivola ma piacevole. Rivolto alla parete del tinello ho chiesto: "Alexia, riproduci "Say You'll Be There" delle Spice Girl. Mentre la giornata si piegava al volere della notte e la partita della Robur si faceva sempre più vicina, ho aggiunto: "Una famosa attrice di tanti anni fa c’è nata davvero ad Asciano". S. super esperta di cinema mi ha guardato in tralice, prima di azzardarsi a domandare: "Ma di chi parli?". E io, giocando come il gatto col topo, l’ho guardata seria prima di dire: "Come di parlo? Ma di Greta Garbo no, lo sanno tutti". E lentamente la sera è diventata notte.

 

Siena - Carrarese: una partita normale, senza proclami o titoloni. Solo un’attesa infinita, lunga una settimana, nella quale la crescente eccitazione ha scandito il passare del tempo come le gocce perse da un rubinetto difettoso. Niente avevamo, niente abbiamo, niente avremo. Una partita come tante, in un campionato come tanti, che tuttavia in un minuto potrebbe diventare improvvisamente diverso. Una partita da vincere, per un sacco di motivi.

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!



Mirko

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