Ammetto che a volte S. mi preoccupa. Anzi, a dirla tutta mi fa proprio paura. Paura nel senso buono e affettuoso del termine naturalmente, perché dal niente è capace di travolgermi con il suo entusiasmo e la sua meravigliosa voglia di ridere. Quando sono con lei, mi pare di essere come un incauto escursionista che vede staccarsi dal fianco della montagna una massa di neve ghiacciata e capisce di aver soltanto qualche secondo prima che la nuvola bianca lo ricopra. S. è la mia slavina.
Prima per esempio - anzi dianzi come avrebbe detto mia nonna ai tempi in cui faceva ancora parte di questo bizzarro mondo e mi preparava i pici a mano - S. mi ha stravolto il pomeriggio con un semplice messaggio sms. Ora, già è anacronistico ricevere un messaggio sms nell’era di internet (ricordo con molto affetto i tempi in cui dovevamo combattere con i 300 caratteri, spazi inclusi e un mio amico per risparmiare smise di inserire gli spazi fra una parola e l’altra, mailrisultatofuveramentepietoso), ma aprire il telefono e leggere: "Hai da fare? Posso scendere da te subito? È importante", mi ha fatto anche un po’ inquietare. E che cosa avrei dovuto rispondere io? Anche il mio piccolo cane dal nome troppo lungo - che cozza terribilmente con il suo grande padrone dal nome corto corto, composto da una sola lettera - mi ha fatto intendere, scodinzolandole e portando il pupazzo di koala con il quale dorme sulla soglia di casa, che dovevo farla venire. Nonostante avessi un paio di cose lavorative molto noiose da sbrigare, ho digitato sul telefono una breve risposta affermativa e sono rimasto in attesa, come un neodiplomato dopo aver inviato il CV all’azienda dei suoi sogni. L’arrivo di S. è stato preceduto da uno scalpiccio di passi giù per le scale, accompagnati dai guaiti di gioia del mio piccolo cane dal nome troppo lungo letteralmente impazzita. Scommetto che se la ragazza si perdesse nel bosco basterebbe questa minuscola unità cinofila domestica per ritrovarla all’istante, tanto le è affezionata. Sono riuscito ad anticiparla, aprendo la porta un attimo prima che suonasse, cogliendola in flagrante mentre schiacciava il pulsante del campanello.
Nessuno fai mai caso alla faccia che fa la gente quando suona il campanello, io invece trovo irresistibile spiare le persone dagli spioncini e dai videocitofoni, ma non è curiosità malsana la mia (come quella che per esempio muove le giornate di Radio Piazzale, la WikiLeaks del quartiere), ma semplice voglia di ridere. Quando suonano i campanelli, le persone sono molto buffe. Ma molto probabilmente sono io ad essere poco rifinito, lo so, e forse nessuno di noi su questo mondo lo è. Credo di essere una sorte di Marcovaldo del terzo millennio, simile a quel personaggio bizzarro ideato da quello scrittore famoso morto a Siena tanti anni fa. Il campanello che suona con una porta aperta fa un effetto molto strano, a metà fra l’inutile e il grottesco, come un semaforo che continua a cambiare colore mentre per strada non ci sono auto, le porte del tram che si aprono senza che nessuno debba scendere o salire, la giostra che gira senza nemmeno un bambino o un goal in sospetto fuorigioco in attesa del var, con la gente che esulta col freno a mano tirato (maledetti, ci avete levato anche la gioia di esultare. Mano male in serie C non c’è!).
S. mi ha afferrato una mano e mi ha chiesto ridendo: "Ho un dubbio atroce e soltanto uno stolto come te me lo può fugare". Io l’ho fatta entrare, senza dare troppo peso alla parola stolto. Poi l’ho invitata a sedersi sul divano ma la ragazza ha invece preferito accomodarsi su una seggiola, conferendo alla scena una sorta di teatralità melensa da recita parrocchiale. Poi, giocherellando con un accendino (nessuno dei due fuma, pertanto non so da dove sia saltato fuori quel coso rosa con scritto BIC), ha fatto un gran respiro prima di cominciare a parlare. Per un secondo io mi sono dimenticato di tutto, della nostra situazione di internati clinici, della Robur meravigliosamente in alto e della sua prossima partita con la Lucchese di Lucca (il cui fondatore dovrebbe essere il patrono di Poggibonsi o roba simile) e ho addirittura avvertito una strana voglia di scappare via lontano da quella meravigliosa bocca carnosa che stava per dire qualcosa di (forse) molto sconveniente per il sottoscritto. Nessuna ragazza sana di mente si precipita in casa del suo neo compagno di sventura senza un valido motivo. E qui ha rifatto capolino nei miei pensieri il mio incubo preferito, vale da dire il suo fidanzato elastico, che ogni due per tre salta fuori da dietro uno spigolo come gli omini del tiro al bersaglio dei video giochi e mi rovina le giornate. Essendo prossimi all’estate di San Martino, e l’attuale novembre non fa niente per smentire questa metereologica consuetudine, mi sono sentito come Renzo in procinto di attraversare l’Adda, ma non per sfuggire alle forze dell’ordine dopo i subbugli di Milano, ma soltanto per non udire le parole di S. Pensando ai Promessi Sposi mi si deve essere anche stampato un sorriso sulle labbra quando ho ricordato che per attraversare il fiume e scappare verso Bergamo, Renzo era partita da Gorgonzola, paesino saporito o puzzolente a seconda dei gusti, dove giocò la Robur qualche anno fa, ma non ho detto niente a S., anche perché non volevo certo ricominciare con la solfa del perché la squadra di Gorgonzola si chiami Giana Erminio etc etc etc. E poi domenica arriva la Lucchese, quindi le nostre attenzioni dovrebbero essere rivolte solo a lei e al fatto che ci sarebbe tanto bisogno di un Paolo in rosa, pronto a ripetere le meravigliose gesta di un paio di suoi omonimi del passato. Tuttavia di Paolo non ne abbiamo nessuno e allora per rivivere i meravigliosi goal di Stringare e Sciaccaluga alla Lucchese dovremo accontentarci dei ricordi o al massimo di qualche video sgranato. Certo, se non fosse rotto ci sarebbe un De Paoli (quindi un Paolo al plurale e vagamente altisonante), ma purtroppo non potrà giocare. Allora tanto vale mettere in frigo un buon vino bianco con le bolle, attendere domenica sperando in qualche Albertata del nostro bomber (ma andrebbe bene anche un goal di Raimo o persino di Lanni su rinvio) e ascoltare le parole urgenti di S.
La ragazza, come se stesse aspettando la fine dei miei ragionamenti (a volte ho veramente paura che il mio interlocutore possa vedermi dentro la testa e notare i due criceti sulla ruota che mi hanno montato al posto del cervello, proprio dietro alla fronte), ha iniziato: "Ho bisogno di chiederti una cosa molto importante" (il cuore ha cominciato a battere forte). "Magari la potrei chiedere a qualcun altro" (il cuore ha rallentato, parecchio). "Ma forse è meglio che ne parlo con te, perché nonostante tu sia oramai cresciutello, forse sei ancora in grado di ricordare di essere stato un bambino" (il cuore mi ha guardato, incerto se riprendere a battere o arrestarsi per sempre, sospeso sul dubbio se quest’ultima frase fosse un complimento o un’offesa). Io ho pensato alla mia sindrome da Peter Pan di Stelle (cit.) e ho annuito come di fronte ad un vigile che sta firmando un verbale. Poi S. ha ripreso: "Ma te lo sai perché alla signora Minù, quando diventava piccola, i panni addosso si rimpicciolivano mentre il cucchiaio che portava al collo restava uguale?". "Oh oh", ho pensato "e ora?". Ammetto che a prendere del coglione dagli altri sono talmente abituato che potrei essere tranquillamente il segretario nazionale del circolo dei Capi Voti, tuttavia è sempre un piacere quando scopro degli insospettabili pronti ad entrare nel club con tutti i requisiti in regola. Se i miei pensieri fossero una galassia e S. fosse il sole, adesso ci sarei io forma di terra a girarle intorno e a sua volta intorno a me ruoterebbe una luna gassosa zeppa di pensieri sull’imminente (i pensieri sono fatti di gas, presumo. Anche se prima o poi lo chiederò a S.), mentre una cometa gialla come la sabbia del deserto attraverserebbe l’universo, portandosi via lontana la strana domanda della ragazza. Io l’ho guardata serio per un istante, prima di scoppiare a ridere (credo che in vita mia le ragazze in grado di farmi sorridere siano meno delle dita della mano di un monco) e ho provato a ricordare le parole di Cristina d’Avena, canticchiando: "Mamma mia, mamma mia che piccina ora è, improvvisa è la magia e Minù non sa perché", battendo le mani come la domenica in curva. Poi, mezzo sopraffatto dalle risate, ho pensato che in fondo anche la Robur è una sorta di sosia calcistica della signora Minù, visto che con tanta fatica e amore (e un pizzico di fortuna, che non guasta mai), da piccola piccola era diventata grande, dimostrando a tutti essere a proprio agio nel salotto buono del calcio italiano. Poi, più per incapacità e malafede che per maledizione, è stata costretta a tornare piccola piccola, perdendosi nei campetti di provincia (anche se per noi un San Donato qualunque vale un San Siro) e adesso sta nuovamente lottando per tornare grande. Proprio come la signora Minù. "Perché quel cucchiaio è magico", ho improvvisato, contagiato dallo strepitoso buonumore di S., che con la sua prorompente vitalità dovrebbe essere riconosciuta patrimonio dell’Unesco, come il Brunello, la Valdorcia e i pici, che cambiano nome ogni 10 km, perdendo e acquisendo la N a seconda di trovarci in cima o in fondo a un poggetto (w le meravigliose terre di casa nostra, che tutti ci invidiano ma che nessuno mai riuscirà a copiare). Magico come quell’attimo prima di un goal, in cui capisci che il portiere avversario non può più arrivare la palla e la Robur sta per segnare (questo l’ho pensato fra me e me, guardandomi bene dal dirlo ad alta voce). Poi travolto da un insolita allegria (certo a questo punto ci sarebbe stato bene anche un bacio di tre ore me forse il piccolo cane dal nome troppo lungo non sarebbe stato d’accordo e forse non solo lui), ho chiesto: "Alexia riproduci "Dancing in the Moonlight" dei Toploader e sulle prime note mi sono avvicinato a S. cingendole i fianchi per accennare uno sgangherato passo di danza, che sembrava più una salsa che altro (o d’altra parta sono gli unici passi che conosco!). Arrivando a pochi centimetri dalla sua pelle, ho avvertito nell’aria qualcosa di molto buono, realizzando che è impossibile innamorarsi di un profumo ma è molto facile innamorarsi della persona che lo indossa.
Siena - Lucchese: quinti in classifica a due punti dalla prima. Basterebbe questa considerazione per ribaltarci le giornate e farci vivere bene. Ma noi siamo degli ambiziosi coi piedi per terra, come mongolfiere legate alle ringhiere, in attesa di stringerci nuovamente attorno a te e spingerti verso traguardi lontani. Verso il punto più alto che insieme riusciremo ad arrivare. Dentro al nostro cuore sappiamo che la vista dei magici tuoi colori sarà sempre sollievo per i nostri occhi, anche in un semplice mondo in bianco e nero! Abbiamo un lungo cammino davanti: percorriamolo tutti assieme! Ieri, oggi, domani, sempre Forza Robur!!
Segue
…Siena calcio il nome, lotta con onore!
Mirko

Il croccante è finito o forse non c‘è mai stato… è in arrivo l‘ennesimo salto del fiocco! Sveglia giornalai!
RispondiEliminacioé?
EliminaTerrorismo mediatico puro o hai notizie documentate?
'S. è la mia slavina' è il meglio pensiero gassoso e travolgente che tu potessi scrivere! Ieri, oggi, domani sempre Forza Robur!
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