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venerdì 28 ottobre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 17

Se anziché un tampone positivo avessi beccato il 41/Bis, ci sta che forse riuscivo a vedere più gente. E invece me ne sto tutto il giorno solo soletto dentro queste quattro pareti murate di fretta una ventina di anni fa da una ditta poi fallita, in attesa che succeda qualcosa: non so bene ancora cosa, ma qualcosa dovrà pur succedere. Anche se per il momento non importa. 



Aspetto e penso, penso e aspetto. E a forza di pensare rischio di mandare in ebollizione il cervello, che essendo sprovvisto di radiatore può solo raffreddarsi ad aria, come la Vespa 50. Quindi dopo aver pensato tutto il pomeriggio me ne esco in terrazza, quella del lato del palazzo esposto a solatio, con la speranza di trovare S. che stende il bucato. Anche lei data la sua positività al virus ha poco da fare, quindi lava e stende tutto il giorno. Questa mattina mi sono soffermato alcuni instanti ad osservare i suoi panni appesi allo stendino, tenuti fermi da una serie infinita di mollette colorate. Le mollette sono un utensile molto fastidioso, per un sacco di motivi: mi cadono di sotto molto spesso (e Radio Piazzale se le porta tutte in casa; credo che ad oggi delle mie ne abbia almeno trecento) e quando vado in vacanza puntualmente me ne dimentico, costringendomi tutte le volte a ricomprarne un pacchetto al primo negozio cinese disponibile. Se abitassi al mare e i turisti fossero tutti come me, aprirei subito un negozio di sole mollette e con i profitti ci camperei alla grande. Mentre osservavo il bucato di S. - un paio di magliette che oramai conosco bene, un pantalone della tuta e altri tre o quattro cenci (che mia nonna chiamava ‘brindoli’) - ho immaginato il contenuto del suo cassetto della biancheria intima e mi sono sentito a metà fra il guardone e il malato di mente. Poi ho pensato al mio e l’immagine di calzini bucati e mutande slabbrate mi ha ricacciato indietro qualsiasi pensiero peccaminoso. 

Qualche giorno fa, prima del disastro combinato durante la partita del Siena con la Recanatese, S. mi aveva formalmente invitato a casa sua per aiutarla a fare il cambio dei panni nell’armadio. Io l’avevo presa molto in giro in quella circostanza perché date le temperature di questa calda ottobrata non vedevo il motivo di una simile lavorata e soprattutto, dal momento che ha finito di fare il trasloco adesso, poteva certamente lasciare la roba estiva nelle scatole e tirare fuori direttamente quella invernale, anziché fare il lavoro due volte. Bah... valle a capire le donne. Però la ragazza è testarda e pignola e vedendo il perfetto ordine con il quale stende il bucato, capisco che in casa deve essere una gran rompicoglioni. Mi madre mi diceva sempre che se i panni vengono stesi bene poi non c’è bisogno di stirarli. Ma io non dovendo stirare me ne fregavo dei suoi insegnamenti e adesso, a più di 40 anni, me ne vado in giro per caso con una felpa talmente grinzosa che pare uscita dal culo di un pesce. In questi giorni di ozio forzato ho capito che nella lista delle cose che odio mancavano ancora tre o quattro voci importanti: i vocali di WhatsApp (almeno che non siano di S. o di mia mamma), la parola "sostenibile", quelli che al mattino caricano il sacchetto della spazzatura sul tettino dell’auto per non dover andare a piedi al cassonetto e puntualmente se ne dimenticano, combinando un gran pasticcio alla prima frenata, le colonnine per la ricarica delle auto elettriche che il comune ha voluto piazzare sotto casa, rubandoci due preziosi posti auto e soprattutto il San Donato Tavarnelle, bucolica località del Chianti Classico fiorentino, che sabato prossimo incontrerà la mia Robur. 

Se dicessi a S. che giochiamo contro un paesino più piccolo di questo quartiere, sicuramente si farebbe beffe di noi, ma sarebbe comunque un buon punto di partenza per riprendere il dialogo. È inutile che ci giri intorno: mi manca e vorrei tanto poter telefonare al mio me di domenica scorsa per metterlo in guardia e suggerirgli di stare un po’ più zitto. Sì: si dovrebbe imparare a stare sempre un po’ più zitti… In attesa della partita comunque ho già preparato una bottiglia del mio vino preferito, scegliendo questa volta una Gran Selezione di Chianti Classico e ho chiesto a Radio Piazzale di comprarmi un bel pezzetto di carne di vitello da fare alla piastra (per il momento mi devo scordare la brace visto che non posso scendere in giardino). Vorrà dire che se non riesco a rubare il cuore di S., proverà a prenderla per la gola. Per fare un po’ il simpatico, avevo pensato anche di depositare una ciotolina colma di croccantini del mio piccolo cane dal nome troppo lungo davanti alla porta del suo appartamento, suonare il campanello e scappare, ma poi ho realizzato che era un’idea veramente ridicola e ho rivisto i miei piani. Anche se conoscendo l’euforia, l’entusiasmo e la positività di S. forse forse sarei riuscita a farla sorridere. Se penso a lei mi sento bene. Come progetti per il futuro, rifletto mentre osservo il camion del vetro svuotare la campana verde ed il rumore delle bottiglie rotte sovrasta i miei pensieri, metto al primo posto riparlare con S. e al secondo tornare allo stadio. Il calcio in tv sarà anche tanto comodo, ma per me potrebbero anche smettere di darlo. Il calcio in Tv non è più calcio, è un programma televisivo a premi, tipo "Ok il prezzo è giusto’" o "L’Eredità", dove chi segna più goal prende tre punti in gettoni d’oro (non tassati dallo stato) e i telecronisti parlano, sparlano, sproloquiano a casaccio e a fine gara fanno anche finta di litigare con gli allenatori. Il calcio in televisione fa schifo! Punto! Anni fa cominciarono con un solo posticipo alla domenica sera di una partita di serie A e la cosa poteva risultare anche accettabile. Se non ricordo male fu un Lazio-Foggia o roba del genere. La televisione si chiamava Tele+ e lì per lì sembrò anche l’invenzione del secolo. Ma col passare degli anni il giochino ha preso la mano e adesso che tutto è diventato avanspettacolo, ci stiamo accorgendo che quel lontano settembre del 1993 non fu l’inizio di una nuova bell’époque, ma la morte del vecchio Calcio con la lettera maiuscola. Quello sport fatto di gente normale, sciarpe, tamburi, striscioni e tribune popolari, dove i biglietti costavano quanto un panino e se pioveva beccavi 90 minuti di pioggia. Perché le partite duravano davvero 90 minuti (ci potevi rimettere l’orologio) e non 90 + 8 come oggi, con quell’omino vestito da arbitro, pagato per non fare niente, che due volte a partita alza la lavagnetta luminosa e ci informa sui minuti del recupero, manco fosse una modella seminuda nell’intervallo dell’ultima ripresa della finale dei pesi massimi di pugilato. Il calcio sta morendo e le televisioni lo stanno uccidendo. Esattamente come la chemio con l’uomo, le televisioni avvelenano il calcio per cercare di salvarlo. E i milioni che piovono a getto quasi continuo (più per alcuni che per altri, ma solo perché gli animali sono tutti uguali ma i maiali sono più uguali degli altri) contribuiscono giorno dopo giorno a creare un presente distorto e un futuro distopico, nel quale il verbo avere sostituirà definitivamente il verbo essere e l’utilizzo dei modali vedrà la netta vittoria del "vinco perché posso (permettermelo)" a discapito del "vinco perché voglio". Volere non sarà più potere ma il contrario. Per questo se S. fosse qui ad ascoltarmi mentre vaneggio in piedi accanto alla portafinestra (accidenti agli architetti moderni e a questa mania di fare le porta-finestre senza terrazza), le direi che sedermi sui gradoni dello stadio di Siena mi fa fare pace con un mondo amato ma orami distante. Se togliamo anche i tifosi, il calcio diventa Hollywood e anziché il pallone d’oro i giocatori vinceranno l’Oscar. Per questo le direi W la superlega e le squadre che ne faranno parte (vi imploro fatela alla svelta e levatevi dai coglioni per sempre, lasciandoci qui da soli con il nostro bel giochino della domenica pomeriggio, magari più brutto e meno spettacolare, ma sicuramente più sano e genuino). Aspettare i soldi delle televisioni (o dell’emiro, o degli armeni) e non investire sulle strutture e sui giovani è stata la ferita che ha provocato la cancrena puzzolente che vede questo calcistico paese non contare più niente in Europa ed escluso dai mondiali per 12 anni di fila (dodici!!), sempre che ai prossimi si riesca a qualificarci. Ritorniamo a giocare a calcio nei piazzali e negli intervalli a scuola: più palloni e meno play station. Più raffreddori e meno Twich. Più pedate e meno bulli. Se anziché in casa, adesso fossi fuori, sputerei per terra come gli slavi accoccolati fuori dai bar (incredibili popoli che con quattro parole si fanno capire da chiunque) per liberarmi di questa amara bile che intossica i miei pensieri. E invece vengo rapito da una voce di ragazza, che qualche metro sopra la mia testa sta canticchiando qualcosa. Mi precipito in terrazza, mentre nelle orecchie avverto il rombo del mare e senza esitare esclamo ad alta voce un "Ciao S." e poi "scusami, sono proprio uno stronzo" e poi ancora "scendi da me per bere qualcosa?", ma non prima di aver chiesto ad Alexia di riprodurre "La Passion" di Gigi D’Agostino (Alexia volume 7, anzi facciamo 8) e aver dato la scossa tutto il quartiere.

 

Siena – San Donato Tavernelle: sabato pomeriggio da mangiare in solo boccone e riprendere immediatamente la retta via. Senza badare all’avversario, alla classifica, alla paura di volare (o a quella di cadere) e tornare velocemente alla spensieratezza di qualche settimana fa, dover tutto sembrava possibile. Anche perché tutto è ancora possibile. Raggiungiamo 40 punti velocemente e poi si conterà le pecore che avanzano. Avanti bianconeri, molliamo gli ormeggi, liberiamoci delle zavorre e torniamo a sognare!

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!



Mirko

1 commento:

  1. con tutto il rispetto per i calzini bu'ati... lascia perdere i vestiti appesi a fili, i Momenti migliorI si pAssano nudi

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