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martedì 25 ottobre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 16

Forse ha veramente ragione quel tale che si chiede “se la più grande fatica è riuscire non far niente”, perché, intrappolato in questa prigione spazio temporale, dove le giornate sembrano infinitamente lunghe e le ore si contano con le ombre, che si allungano sul terrazzo fin quando non viene sera, non so più come ingannare il tempo. 


Non far niente è un’arte che occorre imparare da piccoli e non è che uno a 44 anni ci si può improvvisare. Passare dal tutto tutto, fatto di giornate frenetiche, lavoro, telefonate, km in auto al niente niente di questa calma piatta è traumatico. Molto probabilmente l’ozio è l’unico vizio che funziona meglio come ipotesi che come condizione di vita. Che poi da un punto lavorativo io sarei in malattia più che in ferie. Ma soltanto perché mi sono lasciato convincere a denunciare il mio tampone positivo, anziché starmene zitto come fa la stragrande maggioranza della gente. Un amico per convincermi mi ha scritto: "Se lo ufficializzi almeno ti risparmi la quarta dose" e io stupido di uno scemo gli ho dato anche retta. Anche il mio piccolo cane dal nome troppo lungo comincia a non sopportarmi più. Passa tutto il giorno tra il divano e la coperta e pare morta. Morta almeno fino a quando non irrompe nel mio niente lei, S., la mia nuova vicina. E le giornate si accendono, il piccolo cane dal nome troppo lungo si rivitalizza come l’orsacchiotto col tamburo nelle pubblicità della Duracell e anche il sole sembra splendere di più; non che ce ne fosse bisogno per carità, visto che a fine ottobre sono ancora vestito come a fine agosto e di questo passo non farò mai il cambio dell’armadio. 

Con S. mi pare di stare sui trampoli, sull’altalena o sulle montagne russe. Un momento va tutto bene e un attimo dopo viene giù il cielo. Forse nascono tutte così le storie. O magari sono sempre io che stravolgo la realtà e non c’è nessun inizio, ma soltanto una convivenza forzata e casuale, come due turisti che si trovano per caso nello stesso volo. Magari anche questa quarantena è un volo, che però non va da nessuna parte. Oggi abbiamo deciso di pranzare assieme, aspettando di vedere Recanatese - Siena. Abbiamo bevuto una buona bottiglia di Passerina e mi sono dovuto incollare la lingua al palato col millechiodi per non cadere in qualche triste battuta da fine serata con gli amici. Abbiamo parlato del più e del meno per un bel pezzo, disquisendo se l’articolo corretto per la parola "pneumatici" sia i o gli, se "ravversata" si scriva con la s o con la z e soprattutto sulla parola "purtroppo", che al pari di "arbitro", vuole la r e non la l, anche se spesso sento dire "pultroppo l’albitro non ha fischiato". 

L’arbitro di Recanatese - Siena invece ha fischiato puntualissimo l’inizio delle ostilità (avrebbe detto Sandro Ciotti un catino di anni fa) e la partita è cominciata abbastanza pigra, mentre S. improvvisamente si è fatta seria. Dopo aver riempito i bicchieri, si è passata la lingua sul labbro superiore (facendomi letteralmente copoficcare) e con un tono piuttosto grave mi ha detto: "Senti, mi scoccia un po’ parlartene ma avrei una richiesta da farti". Lì per lì ho pensato volesse chiedermi di farle da testimone al matrimonio e manca poco sono svenuto, poi sottovalutando la situazione e l’imbarazzo della ragazza ho replicato con superficialità: "Ovvia giù, dimmi tutto cara". La risposta evidentemente non è piaciuta a S. la quale non ha esitato a farmelo notare: "Seriamente Q. per me è una cosa molto importante". Tralasciando un istante la partita mi sono voltato a guardarla. Le piccole rughe intorno agli occhi improvvisamente si erano fatte più profonde e per la prima volta ho notato un accenno di nervosismo, accentuato dal continuo mordersi la parte interna della guancia sinistra. "E' che...". Uno strano presentimento mi ha colpito alla schiena, perché non si sa mai dove portino le frasi che iniziano con "è che...". Ma poi la ragazza ha ripreso a parlare, con quel timbro meraviglioso di sempre. "E' che in casa ho finito tutto e non ho più soldi in contanti da dare a Radio Piazzale per farmi fare la spesa. Quindi o mi ospiti anche a cena o questa sera mangio i croccantini del cane", ha poi concluso accarezzando la bestiola pelosa dal nome lunghissimo. "Se te li do", ho chiosato beffardo, mancando totalmente il tempo dell’intervento, come faceva Pane l’anno di Pescara. S. mi ha guardato un po’ in tralice e addirittura mi è sembrato di vedere un leggero movimento di lacrime agli angoli dei suoi meravigliosi occhi. Realizzando che non deve essere stato facile per lei chiedermelo, ho sorriso e con il cuore colmo di gioia per avere tutto il pomeriggio S. qui vicino a me ho accettato molto volentieri (anche con troppo entusiasmo). L’avrei abbracciata ma mi sono contenuto. Anche perché Roman Palosky aveva appena segnato il goal dell’1 a 0, dimostrando tutta la superiorità bianconera nei confronti del pessimistici leopardiani giallo rossi (forse i veri gobbi d’Italia). Il Siena in vantaggio, S. al sicuro dalle grinfie del suo fantomatico fidanzato elastico (che per quanto va via, torna sempre) - che non so più nemmeno se esiste o no, dato che io non chiedo e lei non ne parla - e questo vino marchigiano che va giù come acqua fresca dopo una passeggiata. A me basta questo. E poi improvvisamente ho visto S. veramente contenta. Non dico felice per non scomodare parole troppo importanti, ma sicuramente contenta. 

Si è alzata dal divano, da quello che un tempo era il mio posto, e si è diretta in cucina, aprendo il frigo e gli sportelli della dispensa in cerca di qualcosa da fare per cena. "Cucino io", ha annunciato trionfale, mentre la partita riprendeva. "No no no, ti prego", ho replicato ridendo, ma giusto per prenderla un po’ in giro. "Perché, non ti è piaciuta la torta salata dell’altro giorno?", mi ha chiesto. Con la mia solita goliardia stupida, ho replicato: "Dai, sembrava di mangiare un super tele". Poi mi sono voltato a guardarla, pensando di averla fatto ridere. Ma S. non rideva affatto. Mi ha guardato torva e ha sputato un velenoso: "Lo potevi dire l’altra sera che faceva schifo, anziché raccontarmi una cazzata. Mi fai sentire una stupida". E da qui in avanti, per me come per la Robur, è iniziata un’altra partita, con entrambi, io e i bianconeri, protagonisti in negativo. Anzi, a dirla tutta non ne abbiamo azzeccata più una. Mentre cercavo una via di uscita, come un gatto in fondo ad un vicolo chiuso, braccato da tre grossi cani randagi, ho cercato in tutti i modi di arrampicarmi su specchi immaginari, ma ogni tentativo di risalita mi spingeva più in basso. In pochi minuti, io e la Robur, abbiamo attraversato tutte le fasi del peggior pessimismo leopardiano, mentre i suoi scarsi discendenti ci prendevano a pallonate e S. mi prendeva a male parole. In maniera totalmente inaspettata il pomeriggio ha preso una piega bruttissima, con la ragazza che si è chiusa in un sinistro silenzio, con le mani appoggiate sul tavolo e lo sguardo fisso sul muro. 

E ancor più inaspettato è arrivato il pareggio recanatese. In un moto di pessimismo individuale ho pensato che la vita è proprio malvagia con me e soprattutto con i miei sogni. Ho raggiunto S. e le sono andato vicino, prestando tuttavia molta attenzione a non sfiorarla. "Scusami", le ho detto sottovoce, "scherzavo". Tagliente S. ha replicato: "Se pensavi a quello che stavi dicendo non c’era bisogno di scuse". Per poi aggiungere: "Hai rovinato tutto" e indicando il televisore con la testa ha aggiunto: "Guarda un po' là". 

La Recanatese aveva appena raddoppiato con un bislacco cross tramutato in tiro da una strega maligna. Il mio pessimismo improvvisamente è diventato storico, portandomi a pensare quanto belli fossero quei lontani e gloriosi tempi della grande Robur. Tempi magici che molto probabilmente non torneranno più, esattamente come l’armonia che regnava in casa mia almeno fino a dieci minuti fa; anche se è bastato il solo ricordo della Robur in Serie A per alleviare almeno in parte la mia sofferenza. Dopo il raddoppio dei padroni di casa, i sassolini che stavano precipitando giù per la scarpata sono diventati una frana prima e una valanga poi. S. mi ha guardato con aria di sfida e come a volersi fare beffa del mio imbarazzo (ma magari è solo quello che ho visto io) mi ha sparato contro un: "Dai, come non detto, vorrà dire che questa sera mangerò da sola i croccantini del cane", strusciando una mano sull’altra con ostinata enfasi, come a dire "e il gioco è fatto". Sarà stata la circostanza, il punteggio della partita o la fatica che stavo provando per poter riemergere dalle sabbie mobili nelle quali ero caduto, che ho replicato: "Croccantini che poi sarebbero miei, visto che ho pagato comunque io. Anche quelli", girando inconsapevolmente lo sguardo sulla bottiglia di vino vuota, acquistata da me on line qualche giorno prima, come a voler sottolineare qualcosa. S. ha seguito il mio sguardo e dopo aver metabolizzato le mie parole è sembrata sul punto di esplodere. Tuttavia ha abbassato lo sguardo, ripetendo almeno cinque volte "ok". Mi ha guardato e questa volta c’erano davvero un paio di lacrime a incorniciare i suoi bellissimi occhi. Poi mi è passata accanto senza parlare e ha aperto il portone. Sulla soglia si è girata e mi ha fissato per qualche istante, con un’intensità che non le avevo mai visto, prima di freddarmi come un sicario, sibilando: "Ti sei mai reso conto di quanto sei stronzo?". Poi è uscita dal mio appartamento, sbattendo il portone con una tale violenza che per un momento ho avuto l’impressione venissero giù le pareti. 

Intanto la partita era finita (esattamente come la mia domenica) e la Robur l'aveva persa. Il mio pessimismo era diventato cosmico: ho pensato che la natura, la vita e il destino sono veramente cattivi con tutti i tifosi bianconeri, ma con me lo sono certamente di più, imprigionandomi in un’esistenza piena di sofferenza e priva del sorriso di S. Incerto sul da farsi, mi sono sentito perso, con tutto questo tempo a disposizione e niente di buono da combinare. Mi sono voltato verso il mobile del soggiorno e ho chiesto ad Alexia di riprodurre "Quelli che restano" di Elisa e Francesco De Gregori (Alexia volume 4). Infine mi sono sentito inutile e vuoto, come una vecchia cabina del telefono.

 

Recanatese - Siena primo tempo: 0 a 1: bene ragazzi. Tutto come da programma: noi siamo una bella squadretta e loro retrocedono, nonostante il ricchissimo presidente.

Recanatese - Siena secondo tempo: 2 a 1: poi sinceramente cosa sia successo non lo so. So solo che abbiamo perso con una squadretta, con un sacco di goffi antipatici in tribuna, che per 90 minuti hanno buticato su qualsiasi cosa. Mah…

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!

 


Mirko

5 commenti:

  1. Tecnicamente non eri in malattia ma in infortunio,almeno per i primi 14 giorni. Dal quindicesimo non sei nemmeno in ferie,ma in assenza ingiustificata,quindi fai bene a fare il genovese perché ti avranno licenziato.
    Quando esci corri a fare la quinta dose Mirqo che ormai è quasi ora.

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  2. Sai che seghe a nastro chiuso in casa… gnamo

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  3. ... con lo scappellamento a destra!

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    1. Ci vorrebbe un aiutino per lo scappellamento a sinistra

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  4. Con le mani, con le mani, con le mani
    Ciao ciao. Con i piedi, con i piedi, con i piedi. Ciao ciao🎶🎶🎶

    La Rappresentante di ListA

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