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venerdì 9 settembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 3

Fra una pioggia monsonica e un immenso sole umido tipo Indonesia, anche questo pigro giovedì senza gnocchi si avvia a spegnersi verso una tranquilla serata, nella quale spiattellarsi davanti alla TV e aspettare in santa pace l’arrivo del sonno. 



Dal balcone di casa osservo le nuvole tingersi di caldo e colorare il mondo con piacevoli riflessi rosa arancioni. Dicono che occorrano dei cieli nuvolosi per avere degli splendidi tramonti, e forse c’hanno pure ragione. Il piccolo cane dal nome troppo lungo ronfa beato, spiattellato sul divano. Forse sogna un osso o un bel volpino tutto pelo. La nuova vicina intanto è qualche giorno che non si fa vedere, anche se ogni tanto batte due volte col piede sul pavimento, mentre passa lo straccio tipo casa Surace, come a ricordare gli squillini del cellulare di quando eravamo ragazzi e il Siena giocava ancora in serie C (come adesso…). Prima mi è parso di sentirla discutere al telefono con qualcuno. Chissà chi era. Questa sera non ho voglia di parlare con nessuno. Silenzio il cellulare e lascio il mondo fuori dalla porta. 

Domenica arriva la Reggiana e la mente vola via veloce ad un tempo che non c’è più. Nel quale eravamo forse più interessanti o magari solo più normali. O perlomeno era quella l’impressione che avevamo di noi stessi. La nuova condomina ha deciso che Quello di sotto era un nome troppo lungo e ha deciso di chiamarmi soltanto Q. Parlando con lei invece ho scoperto che ha un fidanzato che fa un lavoro strano che lo tiene tanti mesi fuori di casa ma che gli fa fare un sacco di soldi, con il quale si lasciano e si riprendono due volte al mese. Parlando del più e del meno ho scoperto che è una donna passionale, molto gelosa e cacazzi, che - parole sue - in amore dà il 110%. Allora non sei una fidanzata, le avevo risposto, ma un bonus dello stato, tipo una… ecco, una super fidanzata! Lei aveva sorriso, ma una piccola di ragnatela di rughe intorno agli occhi mi aveva fatto capire che c’era dell’altro. Incerto, come un bambino che tenta di recuperare il pallone caduto nello stagno senza bagnarsi i piedi, avevo sondato il territorio, proponendo prima un buon bicchiere di Chianti Classico (il miglior vino del mondo, almeno per me). È una storia lunga e molto strana da raccontare ad uno sconosciuto, mi aveva risposto, riempiendo il silenzio successivo alle mie domande con un lungo sorso di vino. È per questo che è più facile parlare con psicologici, baristi e puttane, avevo aggiunto io, proprio perché non conoscendoti non potranno giudicarti. S. aveva ammesso di essere attratta dalla psicologia senza tuttavia averla mai studiata, ma con fare un po’ stizzito aveva confessato di non aver niente a che fare con i baristi, né tantomeno con le puttane. Peccato, avevo pensato io, mentre lei, intuendo forse i miei pensieri aveva scosso la testa con la stessa espressione della nonna che sorprende il nipote a rubare la crostata. Con la consapevolezza di aver rovinato per sempre con la mia battuta del cazzo un momento particolare, avevo ripreso a fare lo scemo cercando di mandare tutto in caciara (sono cintura nera terzo dan in questa disciplina) e incidentalmente era finito a parlare di Robur e dei bei tempi andati, nei quali per dirla alla De Gregori il futuro era veramente una palla di cannone accesa e noi lo stavamo quasi raggiungendo. 

E più parlavo e più notavo che S. (ho deciso di chiamarla così, perché Super Fidanzata mi sembrava un po’ rindondante e poi S.&Q. mi pareva una combinazione molto originale) ascoltava con interesse. E più parlavo e più la pelle del viso le si rilassava. D’altra parte, sono sempre stato un drago nell’addormentare le donne. Poi un tratto S. aveva detto una frase particolare: "Starei ore a parlare con te" e dentro di me qualcosa si era accesso. Tipo una leggera fiammella sopita da tanti anni che improvvisamente riprende vigore e comincia a crepitare prima di divampare in un incendio. Un timido rossore doveva aver colorato le mie guance, sarà stato il vino o non lo so, ma di fatto mi ero sentito un po’ più confuso e vulnerabile. E continuando il mio racconto le avevo parlato di due momenti particolari della mia vita, due momenti macigno che di fatto hanno cambiato  la mia esistenza. E mi sono divertito a parlare con gusto di due partite, entrambe terminate 2 a 1, assolutamente emozionanti e rocambolesche, entrambe giocate dalla Robur contro la Reggiana, entrambe vinte. E mentre parlavo, il calore delle mie parole mezze sbiasciate dall’alcol (la nostra condizione di positivi ci impedisce di rifornire la dispensa, pertanto si può solo bere), si immergevano nel mito e la storia, ampiamente ingigantita dal sottoscritto, piano piano di tramutava in leggenda. S. ascoltava rapita, mentre parlavo di quanto fosse bella la vita a Siena in quella lontanissima domenica di gennaio 2000, nel quale il nuovo secolo aveva fatto appena capolino, il famigerato millennuim bug aveva miseramente fallito e la regina Elisabetta era ancora un’allegra vecchietta in forma smagliante (e nonostante tutto: God Save the Queen). Quel giorno vincemmo 2 a 1 con un autogol a tempo scaduto, scaturito mi pare da un colpo di testa scoccato da un ragazzo di nome Michele Mignani. Sorso di vino e piccolo brindisi a lui, prima di aggiungere che 18 anni dopo, in una calda serata di giugno, un altro Siena - Reggiana aveva fatto impazzire i nostri cuori con una vittoria torcibudella al 98’ minuto di un quarto dei play off che ci aveva spalancato le porte del paradiso. Non ero stato certo a puntualizzare su come terminò poi quel campionato, raccontando di Catania e di Pescara, ma dopo aver preso fiato e riempito i bicchieri, come un attore di teatro navigato da ore e ore di prove, avevo aspettato in silenzio per catturare completamente la sua attenzione e tutto d’un fiato le avevo confessato che sulla panchina di quel Siena 2018, sedeva proprio quel Michele Mignani del 2000. Lei si era limitata a esclamare: "Oh". Per poi restarsene in silenzio per alcuni attimi, prima di chiedere: "E' ancora il vostro mister?". No, le avevo risposto. Adesso lavora con successo a 1000 km da Siena, ma tanto i grandi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. 

Riconoscendo le parole aveva sorriso, prima di domandare: "Che cos’è per te la Robur?". Perplesso, l’avevo guardata per un attimo, perdendomi in quello sconfinato mare scuro dei suoi occhi, prima di risponderle: per me la Robur, che domenica senza Mignani giocherà proprio quella Reggiana di cui ti parlavo, è tutto e niente. È speranza e attesa, è tristezza e malinconia. Vento caldo e pioggia fresca. È alba e tramonto, frustrazione e felicità. È il dritto e il rovescio delle mie giornate. È cura e malattia, giorno e notte, luce e ombra. E’ il pranzo della domenica mangiato di fretta, le cene saltate, i km fatti in autobus per andare a perdere in giro per l’Italia. E’ un panino all’autogrill, mentre i tir filano via veloci e la domenica lascia il posto al lunedì. È un Tiribocchi che segna contro la Sampdoria, in 9 contro 11. Per me la Robur è De Luca che cammina col cane al guinzaglio e fuma nervoso, mentre tenta di acquistare Flo. Per me la Robur è una specie di macchina del tempo che mi riporta in un mondo meraviglioso, di compiti non fatti e sigarette fumate dando le spalle al campo per la paura di finire nelle foto del giornale. Di ingressi allo stadio col libretto delle giustificazioni come biglietto, di ragazze mollate al ristorante prima di un meraviglioso Siena - Pisa. Ecco che cos’è per me la Robur. Non c’è niente di calcistico nel mio rapporto con lei, a me il calcio nemmeno piace. Poi avevo ripreso fiato prima di concludere, per me la Robur è un sogno in bianco e nero, colmo di emozioni ostinate, costanti e uniche, di ricordi duri come la roccia contrapposti ad un presente che troppo velocemente muta e a un mondo che piano piano va in frantumi. Credo che in definitiva per me la Robur non sia altro che una colla in grado di riappiccicare i pezzi della mia vita. E dopo qualche attimo di silenzio, mi pare di aver aggiunto: "Alexa, metti "Dreams" dei Cramberries" (Alexa, volume 7), prima di realizzare che il cuore nel petto aveva iniziato a battere un po’ più forte.

 

Siena - Reggiana: se ci fosse una classifica dell’antipatia, credo che i nostri amici della città del tricolore sarebbero sicuramente nella top five. Mi stanno talmente antipatici che vorrei fare un bel risultato più per fare schifo a loro che per interesse nostro. Anche se poi tanto, quando segna il Siena, tutto il resto sparisce sempre. Diamo un seguito logico alla bella partita di Ancona e torniamo a vincere. Forza vecchia Robur!

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!


Segue…



Mirko

2 commenti:

  1. Indubbiamente sono belli tutti e tre i capitoli ma in questo davvero mi alzo e applaudo.
    E' quella roba che ti viene da dentro e che solo un tuo simile può capire.
    Quel sentimento che è un miscuglio di lacrime e sorrisi; che ti sgorga e che ti fa soffrire spesso ma che non puoi trattenere e che ci distingue appunto per il senso di appartenenza.
    BRAVO!!!
    A questo punto ha anche poca importanza se S si è concessa a Q; hai fatto un figurone lo stesso!

    TDF

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  2. Pensa se al posto di S t avesse sonato il rappresentante delle inciclopedie (co la i) con l intento di attivare una conversazione!

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