Boris Johnson. Un ubriaco che ad un certo punto prende possesso del mondo e decide di far scoppiare la terza guerra mondiale. Colui che altera il corso della storia convincendo un comico drogato a continuare a combattere una potenza nucleare.
Ebbene, qualche settimana fa un giornale di merda inglese gli dedica una lunga intervista con un titolo che sembra uscito da un film di fantascienza di serie z, quelli in bianco e nero: “Quello che mi ha raccontato un’ex spia sull’uso dei gremlins elettronici da parte delle potenze straniere per manipolare i nostri pensieri dovrebbe spaventare tutti.”
Approfondiamo, che ne vale la pena.
Un ex agente dei servizi israeliani sostiene che sarebbero stati creati 59 account bot su TikTok e che, dopo poco tempo, l’algoritmo avrebbe iniziato a proporre contenuti critici verso la guerra di Trump contro l’Iran. Complottismo estremo, ma dato che si parla della illazione di un assassino dell’unica democrazia mediorientale, allora va bene.
Il nostro ubriaco Johnson ammette candidamente di non sapere nemmeno se questa storia sia vera. Però da questo “forse è successo” trae una conclusione granitica: gli algoritmi russi e cinesi possono manipolare le nostre opinioni politiche e perfino “lavarci il cervello”. Tutti i cervelli tranne il suo, che notoriamente non esiste.
Per anni ci hanno spiegato che gli algoritmi erano neutrali, che parlare di censura era complottismo, che chi denunciava manipolazione delle piattaforme era un pericoloso disinformatore terrapiattista. Poi, improvvisamente, si scopre che gli algoritmi influenzano davvero ciò che vediamo.
Ma prima lo dicevano i cattivi. Ora lo dice un ubriaco guerrafondaio e allora diventa una questione di sicurezza nazionale. Il tutto basato su questa dinamica: un’ex spia racconta una storia non verificata a un ex premier che scrive un articolo su un quotidiano nazionale per spiegare che dobbiamo preoccuparci della manipolazione dell’informazione.
I gremlins elettronici…

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