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venerdì 31 luglio 2026

Case green. La follia della UE

Il 28 maggio 2024 entrava in vigore la Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici, la cosiddetta direttiva “Case Green”. Gli Stati avevano tempo fino al 29 maggio 2026 per recepirla nei rispettivi ordinamenti. Risultato: la UE ha avviato il procedimento nei confronti di tutti e ventisette i Paesi dell’Unione europea per il mancato recepimento.



Se nessuno dei 27 Stati membri è riuscito a rispettare la scadenza fissata dalla stessa Commissione, sono essi stessi tutti dei carrozzoni inefficienti, oppure è la normativa ad essere stata concepita senza un adeguato rapporto con la realtà?
Una buona norma, da sempre, nasce dall’equilibrio tra gli obiettivi da perseguire e la concreta possibilità di raggiungerli. La UE ha invece invertito questo ordine logico: prima vengono fissati obiettivi estremamente ambiziosi fini al delirio, poi si pretende che cittadini, imprese e governi trovino il modo di realizzarli, indipendentemente dai costi economici, dalle difficoltà tecniche e dalle profonde differenze che caratterizzano gli Stati membri.
La direttiva “Case Green” rappresenta probabilmente il caso più emblematico di questo approccio. L’obiettivo di ridurre i consumi energetici del patrimonio edilizio europeo è certamente condivisibile, ma è folle la convinzione che un patrimonio immobiliare estremamente eterogeneo possa essere ricondotto entro parametri uniformi, stabiliti centralmente da Bruxelles.
La stessa Commissione europea riconosce che circa l’85% degli edifici dell’Unione è stato costruito prima del 2000 e che circa il 75% presenta prestazioni energetiche considerate insufficienti. Il caso italiano rende ancora più evidente questa contraddizione. L’Italia possiede uno dei patrimoni edilizi più antichi d’Europa. Secondo i dati ISTAT, oltre la metà degli edifici residenziali è stata costruita prima del 1970, mentre una quota significativa risale addirittura al periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. A questo si aggiungono migliaia di centri storici, immobili vincolati, edifici monumentali e borghi che costituiscono un patrimonio culturale unico al mondo. Pensare che tale patrimonio possa essere adeguato secondo gli stessi criteri previsti per edifici realizzati pochi decenni fa in contesti urbanistici completamente diversi significa ignorare la storia, la geografia e l’economia del continente europeo.
Ma se anche Paesi dotati di un patrimonio edilizio mediamente molto più recente di quello italiano non sono riusciti a rispettare i termini fissati dalla direttiva, significa che il problema non riguarda soltanto le specificità italiane, riguarda il metodo. Un metodo che ha smesso di confrontarsi con la realtà e che la realtà, malata e delirante, la vuole creare.

1 commento:

  1. Io sostengo da anni che dovremmo RICATTARE il mondo minacciando di radere al suolo tutto il nostro patrimonio e ricostruirci sopra grattacieli, enormi resorts e casinò stile Las Vegas (ma tutto MOLTO MOLTO green e antisismico eh!).

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