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giovedì 14 maggio 2026

Una bomba ecologica nei nostri mari. E tutti zitti

Nel cuore del Mediterraneo, trasformato in un teatro di guerra ibrida sotto gli occhi volutamente distratti dell’Europa, un relitto fantasma di 277 metri continua a vagare senza controllo, con il potenziale di affondare da un giorno all’altro. È la Arctic Metagaz, una metaniera russa carica di gas naturale liquefatto (GNL) e gasolio, alla deriva da due mesi dopo un attacco che ne ha squarciato lo scafo.



Quanto accaduto alla nave è solo un tassello di un conflitto che si combatte nell’ombra, i cui effetti hanno rischiato di coinvolgere le vicine coste di Lampedusa e Linosa. Una recente inchiesta di RFI (Radio France Internationale) ha svelato in tutta la sua gravità la situazione: forze speciali ucraine operanti stabilmente in Libia occidentale, con l’avallo del governo di Tripoli, hanno colpito la nave russa. Il relitto, intanto, dopo un fallito tentativo di salvataggio, galleggia a poche miglia da Bengasi, monitorato dalle forze della Libia orientale. E l’Italia vergognosamente tace.
Tutto è cominciato lo scorso 3 marzo: l’Arctic Metagaz, proveniente da Murmansk e diretta in Egitto, è stata raggiunta da una violenta esplosione mentre si trovava nel tratto di mare tra Malta e la Libia. Inizialmente si era ipotizzato un incidente, ma la realtà emersa progressivamente nei giorni successivi ha tracciato un quadro ben più inquietante. Le autorità russe hanno accusato apertamente l’Ucraina di aver condotto un atto di terrorismo internazionale con il supporto dell’intelligence britannica. L’inchiesta di RFI, pubblicata il 6 aprile e basata su due fonti libiche anonime, ha rafforzato questa tesi: l’attacco è stato eseguito da forze ucraine utilizzando un drone navale autonomo di superficie di tipo Magura V5, prodotto in Ucraina e già impiegato con successo nel Mar Nero. Il drone, lanciato dalla base di Mellitah, ha centrato la sala macchine della metaniera, provocando un rapido allagamento e un incendio devastante, costringendo l’equipaggio - una trentina di marinai russi - alla fuga precipitosa. I marinai sarebbero stati poi salvati da una petroliera dell’Oman e, rivolgendosi alle strutture diplomatiche russe a Bengasi, sarebbero infine riusciti a tornare in patria.
Non è il primo attacco di questo tipo: il 19 dicembre 2025, una fonte dei servizi di sicurezza ucraini aveva già rivendicato l’attacco alla petroliera russa Qendil, anch’essa parte della “flotta ombra” usata da Mosca per aggirare le sanzioni, in acque internazionali a 250 km dalle coste libiche. Secondo RFI, anche in quel caso il drone fu lanciato da Misurata.
Le rivelazioni di RFI non si fermano ai dettagli dell’attacco. L’inchiesta riferisce che più di 200 ufficiali ed esperti militari ucraini sono dispiegati stabilmente in Libia occidentale, con l’accordo del governo di Tripoli guidato da Abdelhamid Dbeibah, riconosciuto dalle Nazioni Unite. In cambio dell’uso del territorio libico per le operazioni militari, l’accordo prevede addestramento per le forze libiche (in particolare nell’uso di droni), future forniture di armi e investimenti ucraini nel settore petrolifero libico.
Ciò che è particolarmente grave è che questa escalation avviene a pochi chilometri dalle coste italiane. Le basi ucraine a Misurata e Mellitah si trovano a meno di 500 chilometri da Lampedusa, e ancora più vicino alle coste siciliane si trovava la nave quando è stata colpita, peraltro in palese violazione del diritto internazionale.
Eppure, né il governo italiano né l’Unione Europea hanno finora mosso proteste ufficiali o richiesto chiarimenti.
In sostanza, il relitto è una vera e propria bomba ecologica che potrebbe affondare da un momento all’altro. Ma i Paesi europei e le autorità marittime internazionali stanno, nei fatti, ignorando la questione, mentre quei pochi media che si sono occupati dell’argomento si sono ben guardati dall’indicare chi sia stato l’autore.

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