Qualche giorno fa l’Istituto di statistica europeo (Eurostat) ha pubblicato i dati relativi allo stato di povertà esistente dalle nostre parti. I calcoli si basano sulle statistiche dell’UE sul reddito e sulle condizioni di vita, riferendosi ai redditi percepiti nel 2024. Eurostat, quindi, ha elaborato stime preliminari sul reddito del 2025, per prevedere l’andamento del tasso di rischio di povertà.
Ebbene, nella UE 92,7 milioni di persone (20,9% della popolazione) vivono a rischio di povertà o esclusione sociale. Insomma, 1 europeo su 5 campa dentro una sfera di fragilità fatta di redditi bassi, lavoro instabile, servizi insufficienti, affitti pesanti e spese essenziali sempre più difficili da reggere.
Rispetto all’anno precedente, il miglioramento è inconsistente, con appena 600.000 persone in meno. Segno che la povertà rischia di restare piantata nella struttura economica europea in quanto strutturale.
Dentro quei 92,7 milioni convivono tre condizioni: reddito sotto la soglia di rischio, grave deprivazione materiale e sociale, famiglie con bassissima intensità lavorativa. La fascia più dura conta 5,7 milioni di persone che sommano tutte e tre le vulnerabilità: significa rinunce, bollette rinviate, cure tagliate, case fredde o troppo care, alimentazione compressa, figli cresciuti in famiglie che lavorano poco o lavorano male.
La frattura tra i vari Paesi è netta. I livelli più alti di rischio complessivo si registrano in Bulgaria al 29%, Grecia al 27,5% e Romania al 27,4%. Sotto il 16% si collocano Paesi Bassi, Slovenia, Polonia e Repubblica Ceca, ovvero dove i sistemi sociali sono in qualche modo più protettivi. L’Italia resta sopra la media sul rischio di povertà monetaria: 18,6%: non precipitiamo, ma restiamo in una zona intermedia dove il reddito protegge poco e la famiglia continua a funzionare da ammortizzatore privato.
I gruppi più colpiti mostrano il volto reale della crisi sociale: 26,3% tra i giovani tra 18 e 24 anni, 24,3% tra i minori, 34,2% tra chi ha un basso livello di istruzione, 66,3% tra i disoccupati. Ma anche il 10,9% degli occupati resta a rischio di povertà o esclusione sociale, per cui anche avere un impiego non garantisce più sicurezza quando salari, casa e servizi pubblici viaggiano in modo divergente. Il reddito disponibile equivalente è cresciuto del 6,2% tra 2023 e 2024, ma il reddito reale rallenta: +3,6% prima, appena +1,2% poi, segno che fra rincari, energia cara e affitti gonfiati, un reddito che sale poco non ricostruisce sicurezza, al limite tampona, quando può.
Insomma, l’Europa è povera, abbastanza povera. E se la povertà ancora non esplode, è perché ancora la famiglia tiene. Una volta definitivamente distrutta questa, le aspettative si fanno più fosche.
La UE sta preparando la prima strategia europea contro la povertà, con almeno 100 miliardi di euro nel bilancio 2028-2034. L’obiettivo dichiarato è ridurre di almeno 15 milioni le persone a rischio povertà o esclusione sociale entro il 2030 e arrivare allo sradicamento della povertà entro il 2050. Fissate bene il dato: 100 miliardi di euro per 6 anni per mitigare la povertà; la stessa cifra ultimamente stanziata per tentare di fare scoppiare definitivamente la terza guerra mondiale, data nelle mani di un burattino tossico, utile per mandare al macello milioni di persone. Probabilmente per risolvere alla radice il problema.

Sarebbe interessante recuperare il dato prima che ci fosse questa merda di UE.
RispondiEliminaE in Italia hanno tolto il Reddito di Cittadinanza e non vogliono inserire il Salario Minimo; due misure praticamente presenti in tutti i paesi della UE.
I soldi si danno al tossico Ucraino e si spendono in armi.