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mercoledì 6 maggio 2026

Il riarmo, prima della fine della vita

Cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute: 2887 miliardi di dollari. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai così insicuro.


Dietro questo numero mostruoso si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica. E con essa il riemergere di pulsioni autoritarie e totalitarie che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

USA, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari. Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo fa. La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica, perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite, di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato: il welfare. Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il diverso, il dissenso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale, un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

Con un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia di governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

Le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi. E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra. È una scelta politica, che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Le forze di opposizione sono inesistenti. In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo, non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale. Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

E invece le opposizioni non possono più neppure definirsi tali, essendo esattamente l’altra faccia della medaglia.

Per cui, come sempre, in bocca al lupo.

3 commenti:

  1. Condivido tutto, chissà se mai le opposizioni riusciranno a presentare un programma elettorale che preveda un'inversione di rotta, purtroppo temo di no, probabilmente proporranno le stesse politiche del governo Meloni (Nato, riarmo, lavoro precario e privatizzazione strisciante di scuola e sanità) ma cambieranno il racconto. Ora, siccome i giovani sono mediamente più vispi dei loro genitori con molta probabilità si accorgeranno dell'inganno e non ritorneranno a votare (come invece hanno fatto con il referendum) lasciando il paese nelle mani dei soliti vecchi incattiviti per trasferirsi all'estero non appena completato il ciclo di studi.

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  2. Secondo il CNEL dal 2011 al 2024 sono 630.000 i giovani italiani emigrati all'estero, il fenomeno purtroppo è già in corso e per adesso pare irreversibile. Po'ra Italia.

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