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mercoledì 22 aprile 2026

Rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi

Descritto spesso come il tecno-teologo della Silicon Valley, Peter Thiel è una figura enigmatica e al tempo stesso poliedrica: miliardario, imprenditore alla guida di aziende che sviluppano alcune delle tecnologie di sorveglianza e analisi dei dati più sofisticate e strategiche utilizzate da governi e apparati di sicurezza, ma anche protagonista della politica della destra americana. E, non da ultimo, filosofo: un pensatore che ha elaborato visioni radicali sul declino della civiltà occidentale e sui possibili strumenti per arrestarlo.



Cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook e fondatore di Palantir, la società di analisi dei dati utilizzata da governi e agenzie di intelligence, è uno degli uomini che hanno plasmato l’architettura del potere digitale e del controllo contemporaneo. Accanto al capitalista c’è, però, appunto il filosofo. Laureato in filosofia e diritto a Stanford, allievo dell’antropologo francese René Girard, Thiel ha sempre interpretato l’economia e la tecnologia come strumenti di trasformazione radicale della società. Il suo pensiero mescola libertarismo radicale, teologia apocalittica e una profonda diffidenza verso la democrazia liberale, oltre a una ossessione per l’elitarismo. Secondo diversi osservatori, la sua visione parte da un presupposto inquietante: l’umanità non sarebbe in grado di governarsi attraverso le istituzioni democratiche tradizionali. Il futuro dovrebbe, quindi, essere custodito da un’élite tecnologica e finanziaria capace di guidare il progresso e prevenire il caos. In altre parole: una sorta di aristocrazia tecnologica globale.

È in questo contesto che si inserisce l’ossessione di Thiel per la figura dell’Anticristo. Nei suoi interventi pubblici, l’imprenditore ha sostenuto che la modernità occidentale vive una fase di “stagnazione tecnologica e spirituale”, un periodo in cui il progresso appare rallentato mentre le istituzioni democratiche diventano sempre più fragili. In questa situazione, il vero pericolo non sarebbe la guerra o il collasso economico, ma l’emergere di un potere globale capace di promettere pace e stabilità in cambio della libertà. Un potere che, nella sua lettura, potrebbe assumere proprio le sembianze dell’Anticristo. Da tempo, Thiel individua l’Anticristo della modernità nelle figure e nelle istituzioni che, a suo giudizio, si presentano come garanti di pace, sicurezza e stabilità globale. Nella sua lettura, il rischio non proviene da poteri apertamente autoritari, ma da quelle forme di governance che promettono ordine e protezione mentre, gradualmente, restringono gli spazi di libertà individuale. In questo quadro, il “diavolo” assume i tratti della regolamentazione tecnologica, della governance sovranazionale o delle grandi campagne politiche sul clima. Tra i simboli di questo approccio, Thiel cita spesso personaggi come Bill Gates o Greta Thunberg: figure che, nella sua interpretazione, incarnerebbero una visione del mondo orientata più al controllo che alla libertà.

Thiel recupera qui una tradizione antica basata sull’idea che il male supremo non si presenti come caos, ma come ordine perfetto. Un sistema politico capace di eliminare il conflitto, garantire sicurezza e offrire prosperità materiale, ma al prezzo della libertà umana. Non è difficile intravedere, dietro questa riflessione, un paradosso: l’uomo che teme l’avvento di un potere tecnocratico globale è allo stesso tempo uno dei principali architetti dell’infrastruttura digitale che potrebbe renderlo possibile. Da un lato, Thiel è un libertario che critica la democrazia e sogna comunità politiche alternative, persino città private o Stati digitali. Dall’altro, è un imprenditore che ha costruito sistemi tecnologici capaci di monitorare e analizzare enormi quantità di dati per governi e apparati di sicurezza. La sua azienda Palantir, fondata nel 2003 insieme ad Alex Karp, simbolicamente battezzata con il nome delle pietre veggenti del Signore degli Anelli, fornisce strumenti di analisi utilizzati da servizi di intelligence, eserciti e forze di polizia. Proprio Palantir sviluppa piattaforme capaci di integrare e analizzare enormi quantità di informazioni provenienti da satelliti, intercettazioni, sensori e banche dati governative, diventando uno snodo centrale nei sistemi operativi di intelligence e difesa di molti Paesi. Attorno a questa società – ormai presente in numerosi teatri geopolitici – si è costruita un’aura di potere difficile da decifrare, sospesa tra segretezza operativa e narrazione quasi mitologica. I suoi software sono utilizzati per supportare operazioni militari, analizzare obiettivi e trasformare enormi flussi di dati in decisioni strategiche per governi e apparati di sicurezza, dagli Stati Uniti ai loro alleati, fino a scenari di guerra e operazioni di intelligence ad alto livello. È qui che il pensiero di Thiel si intreccia con la politica. Il magnate è stato uno dei pochi grandi imprenditori della Silicon Valley a sostenere apertamente Donald Trump e a promuovere figure politiche emergenti come J.D. Vance. Per i suoi critici, questo intreccio tra tecnologia, potere politico e visione apocalittica rappresenta l’avanguardia di una nuova ideologia: la cosiddetta “tecnodestra”, convinta che l’Occidente debba essere guidato da un’élite capace di governare le trasformazioni tecnologiche.

Ciò che colpisce nel caso Thiel è il ritorno della dimensione religiosa nel cuore della cultura tecnologica. Per anni, la Silicon Valley si è presentata come il tempio della razionalità scientifica e dell’innovazione. Oggi, invece, emergono sempre più spesso riferimenti teologici, apocalittici, quasi messianici che confluiscono nel transumanesimo e nei recenti progetti nel campo dell’immortalismo scientifico e digitale. Alcuni teorici del mondo digitale parlano difatti apertamente di “salvezza tecnologica”: l’idea che l’umanità possa superare i propri limiti biologici attraverso l’intelligenza artificiale, la biotecnologia, o la colonizzazione dello spazio. In questo scenario, l’Anticristo diventa una metafora potente: rappresenta la possibilità che il progresso stesso si trasformi in una forma di dominio.

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