Gli attacchi contro l’Iran minacciano di innescare uno tsunami macro-economico che potrebbe consegnarci la fotocopia dell’intervento monetario giustificato sei anni fa dal Covid. Forse perché si tratta ancora una volta di mettere in salvo un settore finanziario iper-indebitato, tornato a criticità impossibili da sostenere con la sola politica monetaria? Mannaggia a ‘sti complottisti…
Come tutti sappiamo, dopo un monte di missilate in qua e là, il collo di bottiglia energetico più critico al mondo, lo stretto di Hormuz, è stato preso in ostaggio dall’Iran. Come era logico, l’impennata dei prezzi del petrolio, insieme alla sua volatilità, si è rivelata un’arma strategica potentissima che agisce come una pandemia senza virus e che mette in ginocchio le economie mondiali; e, punto cruciale, fornisce una narrazione di copertura ideale a massicci interventi monetari. I segnali di cedimento dell’economia sono già evidenti non solo in Asia ma anche in Europa. In Germania, il collasso di decine di medie imprese energivore sta ridisegnando il volto del settore manifatturiero, con i costi energetici che restano tre volte superiori ai livelli pre-crisi. In Italia, il prezzo del gas continua a pesare come un macigno sul tessuto produttivo, mentre l’inflazione rialza la testa.
Ovviamente il conto del salvataggio prossimo venturo, come sempre, non verrà presentato ai mercati, ma sarà pagato dal signor Rossi attraverso l’erosione di salari e risparmi, la svalutazione delle pensioni e il trasferimento di ricchezza verso l’alto. Il tutto incorniciato dalla retorica del necessario ripristino della stabilità. In questo senso, la crisi energetica che già si profila all’orizzonte diventa uno shock macroeconomico paragonabile a quello dell’era pandemica, e le risposte politiche finiranno probabilmente per seguire una traiettoria molto simile.
Durante l’emergenza Covid l’intervento monetario su larga scala iniziò prima che venissero imposti i lockdown. Oggi, lo shock energetico innescato dall’aggressione all’Iran può svolgere un ruolo analogo. Destabilizzando i mercati azionari e obbligazionari e minacciando una violenta recessione, quell’aggressione crea le condizioni affinché ampie risposte monetarie diventino sia politicamente accettabili che economicamente inevitabili.
Uno dei segnali più chiari di quanto velocemente questa crisi possa rimodellare le politiche monetarie arriva direttamente dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che il 20 marzo 2026 ha invitato governi, imprese e famiglie di tutto il mondo ad adottare un decalogo di misure urgenti per ridurre la domanda di petrolio. Le raccomandazioni, che non possono non ricordare i lockdown dell’era Covid, includono: lavorare da casa per almeno tre giorni a settimana (con una riduzione potenziale del 2-6% del consumo nazionale di carburante e fino al 20% per i singoli pendolari), ridurre i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato del 5-10% di carburante), limitare i viaggi aerei non essenziali, promuovere il car sharing e reintrodurre sistemi di accesso alternato alle auto nelle grandi città.
Oggi la giustificazione ufficiale è la sicurezza energetica, sei anni fa la salute pubblica. Ma la logica è identica a quella delle politiche pandemiche: di fronte a uno shock sistemico, le autorità ricorrono a vincoli comportamentali su mobilità e consumi come strumenti di controllo macroeconomico. Nel complesso, vi sono tutte le condizioni per un reset sistemico.
In Occidente, è l’Europa la regione più esposta alla nuova emergenza energetica. Dopo aver rinunciato al gas russo, il continente ha sostituito gran parte della propria fornitura con importazioni più costose di GNL dagli Stati Uniti e dal Qatar. L’attuale crisi minaccia entrambe le fonti. Washington ha già fatto sapere che le esportazioni di GNL potrebbero essere ridotte in caso di carenze interne, mentre i danni alle infrastrutture qatariote minacciano l’altro pilastro dell’approvvigionamento energetico europeo. Il risultato è una vulnerabilità strutturale che rende l’industria europea e i suoi mercati finanziari particolarmente sensibili a shock prolungati dei prezzi energetici. L’arma dei prezzi dell’energia sta spianando la strada a un riassetto monetario e finanziario a trazione statunitense, un’operazione destinata a lasciare l’Europa politicamente divisa e costretta a ingoiare nuovo debito e nuovo deficit, con il suo stesso sistema finanziario già nel mirino di attacchi speculativi. Secondo noi niente di tutto ciò è casuale: sia la guerra in Ucraina che le politiche verdi che hanno paralizzato l’industria europea sono state promosse dagli USA sulla base del loro tornaconto, grazie a una leadership europea complice e serva.
In bocca al lupo.

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