"Ma prima di me, chi ci abitava in casa mia?". Nella quiete della mia serata, fatta di un niente cosmico che avvolge ogni cosa e dall’alto si posa per terra come la nebbia la mattina alle cinque, il trillo del telefono mi ha segnalato che S. finalmente si era fatta viva. E dopo aver passato una notte a capire come fare per poter impostare una suoneria personalizzata abbinata al suo contatto, realizzare che alla fine ci sono riuscito mi ha reso molto contento.
In verità S. non mi aveva mandato un vero e proprio messaggio scritto, ma aveva utilizzato l’opzione vocale di WhatsApp, vale a dire un piccolo file audio con il quale registri la tua voce e invii al tuo interlocutore ciò che in realtà avresti dovuto scrivere. D’altra parte l’ozio è il padre dei vizi, no? Fermo restando che i vocali dovrebbero essere banditi per sempre dal mondo professionale poiché non sono uno strumento di lavoro, anche se la gente spesso se ne dimentica, credo che da un punto di vista affettivo essi siano in realtà un po’ troppo sottovalutati. Ho risposto ad S. scrivendole un messaggio, come si faceva una volta tra galantuomini e gentildonne di fine millennio e l’ho invitata a scendere da me. Di certo non perdo mai occasione di provare a passare un po’ di tempo con lei. Ma devo dire che S. è S. e io non ci posso fare niente. S. come Super e S. come Siena, le due facce della mia unica moneta, che ogni volta che provo a lanciare in aria, mi cade sempre sullo stesso lato. Eppure ho trovato molto strano aver ricevuto un vocale, perché al pari di me S. li odia.
A tal proposito poi, dopo avermi raggiunto in casa mia, abbiamo avuto anche una piccola discussione. Lei sosteneva che mandare frammenti audio con la propria voce sia un’operazione fastidiosa, da fare con molta parsimonia e buona solo per usare il telefono in macchina senza rischiare di schiantarsi, ma io l’ho interrotta con una domanda di quelle bastarde, che l’ha un po’ disorientata: "Ricordi la voce di tua nonna?". In un primo momento la ragazza, bella come il giorno in cui si sposerà - non con me, purtroppo, ma con un serio professionista che le permetterà di possedere una villetta in campagna e un potente suv in garage - mi ha risposto stizzita che sua nonna è morta da anni. Tralasciando il fatto che di nonne dovrebbe averne avute due (ma su questo ho preferito tacere, per non rischiare di pestare una merda), le ho fatto notare che non dovremmo mai dare tutto per scontato. Lei mi ha guardato incerta e sgranando i bellissimi occhi mi ha spinto a continuare. S. è una ragazza che non ama essere contraddetta e se un maschio (poco) alfa ci prova, deve avere perlomeno la forza di reggere il confronto. E io, che da piccolo ho imparato ad ingollare qualsiasi cosa, dicendo che tifavo Robur quando tutti pensavano al Milan, alla Juve o all’Inter, ho tenuta botta restando in silenzio per qualche istante, prima di ripetere: "Ricordi la voce di tua nonna?". S. da ragazza estremamente intelligente qual è, ha realizzato immediatamente e un sorriso arrossato le ha incorniciato il volto, rendendola irresistibile. Poi ho proseguito nel mio ragionamento, non prima di aver recuperato dalla dispensa una bottiglia di barbera piemontese buona forse per sturare i tubi del lavello, ma che in serate come queste restituisce al corpo un po’ di calore di quel sole che ha maturato le uve. "Io di mia nonna non ricordo più la voce, eppure se ci penso bene sono solo pochi anni che…". Silenzio. "Non c’è più". Silenzio. "Per questo ti dico, se adesso avessi 200 suoi vocali da 10 minuti l’uno, li riascolterei tutte le volte in cui mi sento piccolo piccolo e fuori fa un freddo cane, con il vento che sbatte le persiane e la pioggia sferza i balconi. Oppure li ascolterei quando la vita non va come vorrei, la Robur perde e io mi sento da buttare. Credo che i vocali abbiano una potenza gigantesca e non sia giusto cancellarli". S. mi ha guardato seria, mentre il mio piccolo cane dal nome troppo lungo abbandonava la sua cuccia per controllare se nella ciotola dei croccantini ci fosse ancora qualche rimasuglio del pranzo; poi ha detto: "E’ vero. Mi piacerebbe tanto risentire la voce di mia nonna, sai? Per poter tornare in quel mondo magico e fatato di pomeriggi passati a dormire, con il lettone stretto tra due comodini di legno, di quelli vecchi vecchi, con il piano di pietra e la sveglia appoggiata sopra. Non ho mai capito poi perché i miei nonni ne avessero due di sveglie, se poi si alzavano entrambi alla stessa ora. La sua voce poi mi riporterebbe al tempo delle lenzuola di peloncino, del flit spruzzato in casa dopo pranzo (come fosse deodorante) e delle tagliatelle fatte in casa, che lei si ostinava a chiamare maccheroni, come ancora oggi fanno le vecchie signore nelle zone rurali e della provincia meridionale". Poi ha portato il bicchiere alle labbra, perdendosi nei riflessi granata del vino. "Perché tu non sei una ragazza di città?", le ho chiesto come se tutto il resto non avesse importanza. "Boh, non saprei che dirti", mi ha risposto. "A volte non so nemmeno io da quale posto provenga. Forse sono solo cittadina del mondo". "Come Emir Kusturica", le ho risposto prontamente, facendola sorridere. Eppure il discorso della voce delle nonne ci aveva lasciato una sorta di peso dentro, come un bagaglio faticoso da portare.
Ho ripensato alla prima volta che andai a trovarla al campo santo, durante una domenica di qualche anno fa mentre il Siena volava primo in classifica vincendo momentaneamente contro l’Alessandria ma una papera (accidentale… forse) del nostro portiere vanificò tutto. Mi fece strano vederla la dentro, immersa in una calma fuori luogo per una che andava sempre di corsa. Fu un brutto pomeriggio e non mi piacque affatto. Forse è per questo che trovo più giusto pensare ai vivi che ai morti. Il giorno che toccherà a me, vorrei che sulla mia lapide ci fosse soltanto il nome di battesimo e la data di nascita, come se l’inizio non avesse né una fine né un cognome. Ma questo non l’ho detto, per non passare male. Ripensando a quell’Alessandria-Siena, nel quale si arenarono molte delle nostre probabilità di vincere il campionato senza passare dai play off (probabilità che poi naufragarono nella trasferta di Arezzo), ho realizzato che domenica prossima torneremo nuovamente in terra piemontese e un po’ di irritazione mi è salita da dentro, pensando a dove potevamo essere oggi se quella volta Pane... E’ proprio vero: chi ha pane non ha denti!
Poi S. mi ha riportato alla realtà, rimettendomi a posto, come un vecchio enotecario che prende una bottiglia dal bancone e la ripone nello scaffale. "Insomma", mi ha chiesto, "prima di me chi ci abitava in casa mia?". Io ho capito che da qui a domenica prossima saranno giorni molto lunghi, soprattutto a causa di questo maledetto virus che mi impedisce di uscire di casa, nei quali dovrò a raccontare ad S. molte cose della mia vita passata, nella quale c’era qualcuno accanto a me, con la quale prendevamo in giro i vicini. "In casa tua c’erano due signori bizzarri: Sara e Piero. Piero è morto anni fa, mentre Sara i nipoti l’hanno fischiata in commenda per affitarvi la casa". E ho usato volutamente il plurale, come se S. convivesse davvero con il suo fidanzato elastico. La ragazza ha incassato il colpo limitandosi ad alzare gli occhi. Poi ho aggiunto: "Piero era sempre depresso e pessimista mentre Sara era appiccicosa come una colla. Con la mia ragazza li chiamavamo Pieronegativo e Saratoga". S. mi ha fulminato con lo sguardo, chiedendomi molto seria: "Allora c’è una ragazza nella tua vita?". "C’era", le ho risposto, senza lasciar trasparire nessuna emozione. Forse mi ha creduto, forse no, ma tant’è che non ha replicato. Poi mi sono alzato e ho chiesto: "Alexia, riproduci "Ragazza di Periferia" di Anna Tatangelo". Sedendomi ho pensato che tra abbracciare S. e vincere ad Alessandria non saprei cosa scegliere… O forse sì.
Alessandria - Siena: se due mesi fa mi avessero detto che a fine novembre saremmo stati sesti a 3 punti dalla prima, a meno 18 dalla salvezza, avrei riso come uno scemo. Eppure siamo qui a giocarci punto a punto con tutti. A volte scivoliamo, altre volte no. Eppure il solo pensarti, ci rende liberi di sognare un mondo più bello, fatto di sole, di cielo limpido e di bandiere bianconere. In culo ai nemici, ai maligni e alle malelingue, riprendiamo il nostro cammino, tutti insieme. Forza Roburrone!
Segue
... Siena calcio il nome, lotta con onore!
Mirko

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