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sabato 5 novembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 19


"Madonna bono 'sto vino bianco, che roba è?", mi chiede S. portandosi il bicchiere alle labbra e svuotandone metà del contenuto. "Ti piace?", rispondo, tirandomela un po'. "Davvero", fa lei. Un altro sorso e bicchiere finito. La ragazza è impressionante: secondo me al posto del fegato ha un filtro di un vecchio Iveco Stralis.



Per un secondo vorrei essere un pezzetto di quel vetro appoggiato alla sua bocca. Rimpiango di non essere nato silicio, ma magari sfortunato come sono anziché finire nel bicchiere di S. mi avrebbero incastrato in una finestrella di qualche cesso umido di una bettola di periferia e costretto a convivere tutto il giorno con profumi nauseabondi e visioni raccapriccianti. "È un Bianchello del Metauro", rispondo con un’aria da Pico de Paperis, dimenticandomi che la moda di rimorchiare belle ragazze parlando di vino non è più in auge da almeno venti anni. "Ah", risponde S. perplessa. "E dove sarebbe Metauro?". Tronfio di poter mostrare tutta la (fragile) grandezza della mia cultura, rispondo che il Metauro non è un posto ma un fiume, che scorre in mezzo ad una serie di piacevoli colline addomesticate da vigneti e alberi di olivo nella provincia di Pesaro. "Perché, a Pesaro producono vino?", replica S., sempre più perplessa. "A quanto pare...", gli faccio eco di rimando io, abbondandomi a mia volta ad un lungo sorso, che puntualmente mi va di traverso, facendomi fare gli occhioni, come quelli del gatto che beve l’acqua gassata. Il mio piccolo cane dal nome troppo lungo nel frattempo ci guarda sereno, come se per lei fosse una cosa normale vederci assieme e non una sorta di prigione forzata causata da un virus invisibile che non ne vuole sapere di lasciarci in pace. In casa, nella mia piccola casa, regna una strana armonia. Ma ho paura che soltanto a pensarlo tutto possa svanire in un secondo. 

Nella calma del pomeriggio, appena appena movimentato da un fastidioso vento fresco accorso per asciugare le terre dalla pioggia notturna, mi godo ogni singolo istante della presenza di S., che di tanto in tanto mi guarda e sorride. Abbiamo deciso di lasciare la Tv accesa (con quel che costa la corrente me ne pentirò sicuramente alla prima bolletta) su una famosa serie di Netflix, ma abbiamo tolto l’audio. È buffo vedere le scene di attori e attrici che boccheggiano, senza dire niente. Per ingannare il tempo ci siamo anche inventanti un piccolo gioco (tutto nostro, lo penso con un po’ di gelosia): praticamente ad ogni scena cerchiamo di leggere il labiale degli attori e poi tiriamo ad indovinare cosa potrebbero aver detto. Poi rimandiamo indietro l’immagine e la rivediamo con il volume alto. Io non ci azzecco mai, mentre S. è molto brava. Improvvisamente mi chiede: "Scusa ma domani la Robur contro chi gioca?". Con ancora più boria, come un vecchio cattedratico di fronte ad una platea di ragazzini rispondo: "Con la Vis Pesaro, che domande". "Ah", replica lei, "ecco spiegato il perché di questo strano vino". E per rendere più teatrale la frase se ne versa ancora un po’. Poi continua: "Una volta conoscevo un ragazzo di Pesaro". La cosa non dovrebbe interessarmi granchè, ma invece mi sento pungere proprio sotto la nuca e non credo sia una zanzara. "In che senso lo conoscevi?", chiedo cauto, con la speranza di non dovermi schiantare sugli scogli come un naufrago davanti a Dover. "Beh, diciamo non in senso biblico". Poi arrossisce, abbassando lo sguardo. Se fossimo dentro a quella serie che stiamo guardando, adesso dovrei esclamare "Touché", ma dato che questa situazione, per quanto paradossale, dovrebbe essere abbastanza reale, me ne sto zitto. S. invece prosegue nel racconto (effettivamente a volte mi parla come se fossimo amici, anche perché io non ho mai mostrato evidenti segni di interessi nei sui confronti e lei non sa leggere nel pensiero). "Anni fa. Ero una ragazzina, in quegli anni in cui ti senti un po’ troia e un po’ no, hai presente di che parlo?". La guardo sbalordito e la mia faccia potrebbe assomigliare a quella degli indigeni cubani quando si videro spuntare dal nulla le tre caravelle di Cristoforo Colombo. "No, francamente non ho presente". "Dai", mi fa lei come se non potessi non capire, "hai presente quel periodo nel quale vai in discoteca e baci sei ragazzi e poi per due mesi non ne vuoi più sapere degli uomini e te ne rimani a casa tutti i sabati a ballare da sola?". Sempre più spiazzato: "No, francamente non ho mai baciato sei ragazzi in discoteca". Calcando pesantemente la voce sulla i finale. S. sorride e controbatte: "Ma no cretino, intendendo hai presente quel periodo in cui non ti frega niente del futuro e vivi alla giornata, senza curarti dei sentimenti degli altri e prendi ciò che capita?". Io la guardo per un attimo fissa negli occhi e mi sento in dovere di dire qualcosa, anche se non so bene cosa. Credo di non aver baciato sei ragazze nemmeno in tutta la vita ma non ne faccio una questione di statistica o di orientamento sessuale. Se anche fossi stato gay, non credo che la mia condizione sarebbe cambiata di molto. Immagino che al pari degli etero soli, ci siano anche degli omosessuali soli. "No, non ho ben chiaro quel periodo, ma mi fido comunque di te". S. capisce che le sue parole, innocenti e senza secondi fini, forse mi stanno mettendo in difficoltà. Nonostante i 40 anni suonati, il sesso e soprattutto il rapporto con l’altro sesso sono per me un nervo abbastanza scoperto. Per farla breve la ragazza aggiunge frettolosamente: "Insomma, conobbi questo ragazzo una sera e ci finii a letto quasi per caso. Poi lui mi invitò a Pesaro e passammo qualche giorno assieme". Mi soffermo sulla naturalezza con la quale mi ha appena detto "Ci finii a letto" e mi sento piccolo piccolo. Provo a non pensarci. Se prima Pesaro e la sua Vis rossa e bianca mi stavano totalmente indifferenti, in un attimo li vedo balzare in testa alla classifica degli antipatici, superando tutti gli altri nemici accumulati nel tempo. Come Pantani a Oropa nel ’99 (il giorno prima dell’inizio della sua fine), li vedo raggiungere e superare tutti gli altri. Infine S. conclude: "Era anche un tifoso della Bis. E mi aveva persino invitata alla stadio". Basta ti prego, penso fra me e me. Adesso immagino Nettuno che si erge dal centro dell’Adriatico e scaglia contro la costa un’onda altissima, mentre Giove dalla punta degli Appennini risponde con un fuoco incrociato di saette incandescenti e distrugge tutto da Cattolica ad Ancona. S. si accorge del vortice in cui sono finito e semplicemente mi richiama indietro: "Quuu, dove sei andato? Torna qui". In un soffio le visioni catastrofiche con le quali mi stavo cullando, spariscono. Per associazioni di idee io che mi ero sempre limitato a pensare a Pesaro, Scavolini e Lorella Cuccarini, mi sento un po’ in imbarazzo ad aver ricevuto questa sua confessione. Mentre passavo i miei 20 anni a riflettere sui mali del mondo e ad imparare testi di canzoni a memoria (dimenticandomi di cogliere per esempio la grandezza degli Oasis) e tifar Robur, capisco che c’era un mondo che invece faceva anche altro. Poi, inaspettata come una multa, arriva la domanda di S. "Ma te sei fidanzato?". Io la guardo come se mi trovassi avessi un pubblico ministero in procinto di inchiodarmi sulla scena di un crimine e non proprio che risponderle. Sì, no, forse, x. Ecco, potrei uscirmene con una battuta cretina del genere. Ma mi taccio prima di iniziare. Non so se essere contento del suo interesse o soltanto imbarazzato. 

Nella confusione che la domanda ha generato in me, ho persino dimenticato di notare che poc’anzi, parlando della squadra di Pesaro, S. ha detto Bis - come Bis cugini - e non Vis - come Vis conte (che in realtà sarebbe una parola sola ma rende bene l’idea). Potrei mandare tutto in caciara e dirle che Vis e Robur grosso modo esprimono lo stesso concetto e domani potrebbe essere un derby da liceo classico. Ma invece penso che io so tante cose di lei, del suo fidanzato elastico (del quale non chiedo notizie per non restarci male) e io non le ho mai parlato di me. Che significa essere fidanzato? Boh. Nella scala dei giudizi umani, la mia condizione di quarantenne in quarantena è più vicina a mediocre o sta veleggiando verso il grado disperato? Magari potrei aggiornare la seduta e ritornare su questo argomento domani, durante la partita della Robur che vedremo assieme e rispondere a S. dopo una notte di riflessioni. Sì, vorrei essere fidanzato. Con lei. Ma non so proprio come dirglielo. E pensandola, avverto il desiderio di una relazione stabile e non una botta di vita da una notte e via, perché per quelli come me il mondo si divide tra chi fa sesso e chi fa l’amore. E con donne come S. è impossibile non provare emozioni. Esattamente come tutte le volte che mi infilo la sciarpa bianconera e salgo sui miei gradoni preferiti. Per spingere l’unica donna che pur seducendomi da una vita, non mi ha mai abbandonato. Incerto sul cosa rispondere, mi giro verso la consolle del mobile e chiedo: "Alexia, riproduci "Puttane e spose" di Jovanotti e Luca Carboni" (Alexia volume 6). S. pare apprezzare la scelta e sorride, facendo scomparire per un istante, come sempre, tutto il resto.

 

Vis Pesaro - Siena: continuità di risultati per continuare a frequentare certi quartieri nobili di una classifica corta corta in un campionato sempre più strano strano, nel quale ancora non parrebbe esserci né un padrone, né un vinto e né tantomeno uno sconfitto. E siccome tutti possono vincere con tutti, forza vecchia Robur, ritorna a fare anche fuori casa ciò che sai fare benissimo fra le mura amiche e che noi fa stare tanto bene!

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!



Mirko

 

4 commenti:

  1. Potevi anche dirle che sei sposato

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    1. Ci tengo a sottolineare che l’autore ed il signor Q. non sono esattamente la stessa persona.

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    2. In effetti uno dei due non ha il covid

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    3. Per ora; domani chissà…

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