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sabato 22 ottobre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 15


Due ragazze per strada camminano verso la fermata dell’autobus. Quest’autunnale primavera ci sta regalando un meraviglioso scampolo d’estate, come se il meteo si fosse messo d’accordo con il destino per sfidare le fluttuazioni del metano e rendere semplice, almeno per qualche settimana, la vita di tutti i giorni; quella fatta dalle persone normali, che nonostante quel manipolo di criminali che si sono autoconvinti di farci estinguere, vorrebbero soltanto vivere. 



Quella più alta porta addosso poca stoffa, pantaloncini, top e scarpe da ginnastica. Sembra il modello base di studentessa universitaria comune a qualsiasi facoltà del mondo. La sua amica invece non ha un centimetro di pelle scoperta e anche i capelli sono raccolti e coperti da un velo ocra. Chissà se i loro Dei potessero vederle, come se la riderebbero. Parlano fitto fitto e soltanto guardarle mi mette di buon’umore. Passano sotto la mia terrazza mentre conversano in una lingua che da quassù non riesco a comprendere, anche se per un secondo ho la sensazione che la prima chieda qualcosa in francese e l’altra risponda in inglese. Segni di un cambiamento che velocemente sta arrivando anche in questo frammento di mondo, lontano dalle rotte dorate dei turisti e forse anche dimenticato dal mio Dio. Il mio piccolo cane dal nome troppo lungo si gode la serata osservando il mondo dal pavimento, mentre il solito tamarro sgassa all’incrocio manco fosse a Compton, lasciando che il potente motore gli consumi una fetta di busta paga. Un bimbetto, più cittino che bordellotto, tira la palla contro la saracinesca di un garage facendo imbufalire Radio Piazzale (la mia vicina spiona che mi rifornisce di viveri, impedendo che la mia quarantena si trasformi in agonia). Rientrando in casa per non sentire le urla della donna e dover prendere le sacrosante difese del piccolo (non si gioca più a calcio nei piazzali e poi ci lamentiamo di non andare ai mondiali!). 

Frugo in cucina, cercando qualcosa da mangiare in attesa di Siena - Rimini. Mi sento solo. Per la prima volta in vita mia mi guardo intorno e capisco che la casa necessiterebbe di un tocco femminile. Forse mi sono sono fatto vecchio. Per come l’ho arredata, casa mia sembra uscita da un catalogo dell’Ikea di qualche anno fa. È così tutto  in ordine che anche il mio piccolo cane dal nome troppo lungo ha imparato a rimettere a posto i giochi dopo averli usati. Certe notti addirittura per non sfare il letto dormo nel divano e non c’è mai nessuno che mi chiama da camera. Invece le poche volte che S. - la mia vicina di casa anche lei positiva al Covid, che dalla partita contro la Sassarese non ho più visto - è stata qui, in pochi minuti è riuscita sempre a mettere tutto a soqquadro (parola con la doppia q spesso usata come esempio dalle maestre elementari). Sperduto in questa quarantena, realizzo di contare i giorni che passano utilizzando le partite della Robur. 

Chissà adesso S. che fa? Sono un po’ arrabbiato con lei e se ora fosse qui forse le terrei un po’ il muso. Si è comportata con me come una cugina stronza, che prima promette di portarti alle giostre e poi ti lascia da solo, ad attenderla per ore davanti a casa. In realtà lei non mi aveva promesso un bel niente, sono solo io che vaneggio. Però mi ero abituato a questo strano mondo formato da me, lei e la Robur, dove tutto andava bene e il ritmo del cuore accompagnava le giornate come un sottofondo di bassi in una canzone rap anni novanta. Comincia la partita e tolgo immediatamente l’audio per non sentire il rumore dello stadio, che mi manca da morire, come il guanciale in una carbonara o il Mortirolo nel percorso del giro d’Italia. Nemmeno il tempo di sbagliare un paio di goal di testa e scolare una birra chiara che sa di sole, vento e spiaggia (e il mister del Rimini effettivamente pare proprio vestito come un bagnino), che il piccolo cane dal nome troppo lungo si fionda verso il portone, con la codina che oscilla a tergicristallo. Il suono del campanello irrompe nella mia serata e il ventricolo destro del mio cuore sbatte con forza contro quello sinistro, come un paio di nacchere di legno. Pronunciando un impersonale "Sì, arrivo" mi alzo mentre una gran bella Robur sta dimostrando al mondo della serie C che la pausa sarda era soltanto una parentesi, ma anziché imboccare la via della porta mi dirigo in terrazza. Guardo le auto parcheggiate, per cercare ancora quel modello elegante, nero, tedesco e costoso. Non vedendolo, un piccolo moto di rabbia mi sale dallo stomaco. Adesso mi sento ancora più stupido e penso "lui se ne è andato e lei ritorna a fare la zoccola da me". Utilizzo questa orribile espressione ma me ne pento un secondo dopo averla pensata. E mi vergogno come un ladro. Poi improvvisamente vedo l’auto, seminascosta da un furgone giallo della DHL. Capisco di essere veramente un cretino e mi sento un immenso stupido per aver dato retta a Radio Pizzale e alle sue follie. Non c’è mai stato nessuno in casa di S. in questi giorni. 

Il campanello intanto continua a suonare e la Robur ha concluso la prima parte delle sue fatiche. Il Rimini è vestito con dei colori assurdi e nell’aprire la porta maledico ancora una volta il calcio moderno e i deliri del merchandising. Dall’altra parte del  mio piccolo mondo, nel quale un solo tampone positivo mi ha confinato da qualche giorno, lei… Ed è la cosa più bella che vedo da quando mi sono svegliato questa mattina. Bella bella al quadrato: come Cavallo e Colasante, Pinga e Sciaccaluga e Maccarone e Calaiò. Mi sorride, con un piatto di piadine fumanti e due birre gelide. Non mi chiede di entrare, lo fa e basta. E io faccio appena in tempo a farmi da parte. "Che facciamo?" mi chiede. Utilizzando ancora una volta quel plurale che mi sa tanto cose buone. "Pareggiamo", le rispondo cercando di restare distante, anche se in realtà vorrei abbracciarla ma placo i miei istinti per paura di dare un’ impressione sbagliata dei miei sentimenti. Che poi tanto sbagliata non sarebbe, visto che questo momento dentro di me si sta giocando una partita di paddle tra cervello e stomaco, con il cuore come pallina. "Ceniamo insieme questa sera, tanto tu non hai ancora mangiato" afferma, sorridendo e io mi sciolgo. "Io, te e la Robur" rispondo a bassa voce, cercando di non farmi sentire. "Esatto" risponde invece lei. Poi mi guarda seria, portandosi la piadina alla bocca. Pensando che quella piadina sia l’alimento più fortunato del mondo, lascio che l’amaro della birra calmi la turbolenza che la vicinanza di S. scatena dentro di me. 

La partita ricomincia e con fare spaccone butto là un "Forza ragazzi tiriamo. Questo portiere unn’è bono". S. mi guarda perplessa e mi chiede: "Perché?". Con una finta sicurezza le rispondo: "Dai su, basta vedere com’è vestito, pare uno stradino". "O uno del 118", conclude lei sorridendo. Ho una certa fame e per un secondo spero che non finisca la sua porzione, ma la ragazza consuma come il Santa Maria della Scala nel ‘500 e spazza via tutto in pochissimi secondi. Con questo appetito mangia anche me, temo. Se un giorno la dovessi mai portare in pizzeria, mi annoto mentalmente di ordinare anche un antipasto perché sarebbe inutile sperare di vederla non finire la pizza per mangiare gli avanzi. Poi dà un lungo sorso di birra e adesso vorrei essere quella bottiglia. Vedendola soddisfatta mi aspetto che da un momento all’altro mi pianti in faccia un clamoroso rutto nucleare. Idea che per fortuna rimane tale, ma mi provoca un moto incontenibile di ilarità. Le telecamere intanto inquadrano il portiere ospite, arancione come Sai Baba, che pare guardarmi con aria di sfida. E da qui in avanti comincia un’altra serata. 

Il ragazzotto color birillo, che molto probabilmente da piccolo chiamavano Plexiglass, soltanto per il gusto di smentirmi e rendermi ridicolo agli occhi di S. comincia a prenderle tutte. Ma non tutte e basta. Tutte tutte tutte. Ad un certo punto si permette anche di compiere un miracolo su un tiro deviato mentre il gioco era fermo. Così, tanto per… Al minuto 83, oramai già in piedi sul divano pronto per esultare come quel giorno avanti alla vetrina con dentro i voti dell’esame di maturità, il mio nuovo nemico para due tiri in un secondo. Roba che nemmeno l’ideatore psichedelico di Holly e Benji si era mai azzardato a disegnare. Il primo intervento lo fa di muso. La palla gli sbatte contro la faccia tatuandogli per sempre la marca del pallone sulla guancia. Il secondo invece lo fa di - non vorrei essere volgare - coglioni. E spero perlomeno gli caschi quel coso moscio che gli penzola fra le gambe. Il pallone sembra andare a cercarlo. S. ride. Io bestemmio. E se mi dice qualcosa la butto for di casa. No, chiaramente non lo farei mai. Si limita a guardarmi malissimo aggiungendo "Semmai unn’era bono", facendo il verso alle mie parole di prima. La partita finisce e io mi unisco agli applausi della curva. Non segniamo da tre partite ma i segnali sono molto incoraggianti. Con il ritorno di S. è tornata anche la Robur. E se non fosse stato per quel portiere color caco, adesso saremmo primi in classifica. È strano sentirsi così contenti dopo uno 0 a 0 in casa, ma la bellezza dello spettacolo offerto dalla Robur è superiore allo sformato. S. mi guarda e chiede: "Metti qualcosa di bello". Senza indugio replico: "Alexia, metti "Ghetto Gospel" di Tupac" (Alexia, volume 5) e mentre i ragazzi della curva cantano i vecchi cori di che sanno di casa, sento S. correggermi e dire "Alexia volume 8". E tutto mi pare tornato come prima.

 

Siena - Rimini 0 a 0: mi manca tanto vedere la Robur che segna un goal, ma erano anni che non applaudivo così forte a fine partita. Bravi ragazzi, nonostante il risultato, siete stati proprio bravi. E noi siamo orgogliosi di voi. Il più bel 0 a 0 degli ultimi dieci anni.

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!




Mirko

 

6 commenti:

  1. Q e S: l'attimo prima del bacio. Forza Sienone lotta con onore!!!!

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    1. Si ma noi siamo più interessati all‘attimo prima dello schizzo.

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    2. strabordante e fumante poi ... un gaiser :)

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    3. Yessssaaaaa!!! E WW A I

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    4. E dopo? Lecca lecca?

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  2. Avanti Robur!
    Garetti saldi!
    Aldo

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