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venerdì 30 settembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 9

Il padrone del vapore, che tutto vede e tutto sa, almeno per il corrente anno non credo abbia saputo far bene i calcoli con la pioggia. Vorrei tanto avere il suo numero di telefono per scrivergli: Sua Santità Universale, Massima Eccellenza Celeste, da questo piccolo appartamento mezzo nascosto dai palazzi, incastrato nel buco del culo dell’Europa, se posso permettermi vorrei tanto farLe notare che se per mesi non ci fa vedere una goccia d’acqua manco a pagarla e poi in pochi giorni ci butta di sotto tutta quella che può, ecco… non fa proprio un gran bel lavoro. Anzi… 



Eppure nella mia attuale condizione di internato sanitario c’è una sorta di sadica soddisfazione nell’osservare dalla finestra il cielo vomitare sul mondo damigianate di pioggia che in confronto quella presa da Noè pareva un temporale estivo. Come se mal comune fosse inopinatamente (ultimamente uso troppo spesso questo vocabolo, che mi sta cominciando a stare sui coglioni, proprio come “percorso di crescita”, “sostenibilità” e “videochiamata”) mezzo gaudio e l’amarezza di non poter uscire e magari sabato prossimo guidare fino a Pontedera per vedere la Robur, fosse in parte mitigata dal fatto che con quest’acqua nessuno potrà andarsene a spasso. Infatti per strada non si vedono né padroni, né cani, né guinzagli ed il cestino dei rifiuti sembra meno colmo di sacchetti colorati carichi di cacche puzzolenti. Anche la mia piccola cana dal nome troppo lungo pare essersi messa l’anima in pace (ma i cani un’anima ce l’hanno?) e se la dorme beata sul divano, alzando di tanto in tanto un orecchio, giusto per dare un tiepido segnale di vita.

L’altra sera parlando con S., la mia nuova vicina di casa entrata nella mia vita con lo stesso irruente impatto di un tram in una commenda, osservavamo il cielo di fine settembre momentaneamente sgombro dalle nuvole, e guardando la luna abbiamo entrambi notato un puntino molto luminoso poco distante. Curiosa, S. - manco fossi Margherita Hack - mi ha chiesto (riponendo molta fiducia nel mio sudato diploma di istituto tecnico): "Che sarà quel puntino giallo accanto alla Luna?". Improvvisando come al mio solito, ho risposto bleffando un’improbabile risposta: "Giove". Dopo qualche secondo di silenzio, credendo forse alle mie parole, più per rispetto forse che per convinzione, la ragazza ha poi aggiunto: "Secondo me in questo momento anche su Giove ci sono due ragazzi in balcone impegnati a guardare il cielo e forse pure loro si chiedono “chissà cos’è quel puntino luminoso accanto alla luna” e uno dei due, sparando a cazzo proprio come hai fatto te, azzarderà "la terra". E magari ci azzeccherà pure, facendo una figura decisamente più bella della tua, caro il mio Galileo Galilei delle nebbiose terre delle zanzare". Mostrandomi poi la lingua nella più classica delle smorfie canzonatrici. Punto nel vivo della mia immotivata tracotanza culturale, mentre la mia autostima attaccava il cartello Affittasi fuori dall’uscio del mio orgoglio, ho provato a cambiare discorso: "A proposito di Pisa, sai che sabato la Robur giocherà a Pontedera?". Perplessa, prima di rientrare in casa scossa dai brividi (effettivamente quella maglietta è un po’ troppo leggera, e anche i miei ormoni in letargo me lo stanno facendo notare), S. mi ha guardato per alcuni secondi prima di chiedere: "Ma la Robur gioca sempre fuori casa?". Mah, a dirla tutta, nell’ attesa che il mio tampone diventi finalmente positivo, il fatto che i bianconeri giochino spesso lontano da Siena mi fa anche un po’ comodo, almeno non spreco il mio abbonamento (che ancora stante la mia situazione clinica non ho ritirato). "Così sembra", le ho replicato armeggiando con un cartone colmo di bottiglie di vino abbandonato da mesi sotto al mobile di sala, alla ricerca di un qualcosa di buono (e di alcolico) da bere per dare la buona notte a questa giornata. "Hai ancora un po’ di pizza da cuocere", ha chiesto inaspettatamente S. "Sì, ce l’ho e avrei anche dei frittini da riscaldare, che con questo bianchino della Costa Toscana ci si sposerebbero da Dio", le ho risposto, per poi seguitare: "Ma sono nel congelatore in garage, che momentaneamente è inespugnabile come la prigione di Alcatraz per Clinton Eastwood". Senza attendere altro, S. mi ha preso la mano (la scossa provocata dal contatto si è riverberata su tutto il mio corpo per diversi secondi come l’eco in qualche vallata alpina, irradiandomi le giunture di un qualcosa di piacevole) e afferrando il guinzaglio del piccolo cane dal nome troppo lungo ha esclamato: "Andiamo". Incredulo, con la mia mano ancora stretta nella sua (ha una pelle fresca e morbida e la punta delle unghie ben curate mi solleticano le dita), ho provato ad inchiodarla di fronte alle nostre responsabilità: "Ma dove vai, fava! Mica possiamo uscire". Ma lei, testarda: "Ma dai", e spalancando la porta: "Nel condomino ci siamo soltanto io e te e poi fuori non c’è nessuno, chi vuoi che se ne accorga?". Poi, senza darmi il tempo di controbattere: "Ti offro la fuga e te ci pensi pure?". Alla parola fuga ho pensato che a volte basta una vocale, una misera e insignificante maledetta vocale per aprire o chiudere le porte del paradiso. E forse sono arrossito. Impaziente, S. ha insistito: "Dai su, andiamo". Se qualcuno ci avesse visto, molto probabilmente gli avremmo dato l’impressione di trovarsi di fronte ad una nuova versione di Adamo ed Eva dei giorni nostri, con un piccolo cane peloso dal nome troppo lungo a sostituire il serpente e un paio di confezioni di mozzarelline in carrozza e olive all’ascolana al posto della mela. 

Chissà se i padri scrittori dovessero scrivere oggi l’antico testamento (che logicamente non sarebbe affatto antico) cosa si inventerebbero per far tornare le storie. Trascinato giù per le scale  tipo palloncino legato ad un motorino, per un attimo ho dimenticato tutto: Paloschi e la sua distrazione (che ai miei tempi era una ragazza non una lesione muscolare), Ardemagni cacciato al confino, Pane e D’Ambrosio, Libertazzi e Stankevicius. Ho dimenticato amarezze e delusioni di anni difficili. Fine settimana persi e code in auto. Ho dimenticato tutto il tempo passato in casa negli ultimi giorni per non diffondere il virus, quando poi basta un criminale malato di mente qualunque per farci saltare tutti in aria da un momento all’altro con un semplice clic. Ho dimenticato momenti bui e discorsi noiosi e più correvamo e più stringevo la mano di S., e farlo mi è sembrata una sensazione familiare, tipo quando da grande rivedi il cancello dell’asilo. Arrivati davanti al portone, manco fosse una star gate, lo abbiamo spinto (o tirato non ricordo) con forza, per poi respirare l’aria umida di una notte qualunque, che a noi è sembrata aria di montagna. Nel silenzio, S. si è fatta più vicina e non fosse stato per il piccolo cane dal nome troppo lungo sempre in mezzo, forse l’avrei forse abbracciata, tanta era l’emozione. Dopo aver recuperato i frittini e una bottiglia di prosecco (la ragazza davvero mi impressiona, beve come un Canadair prima di spegnere un incendio), siamo risaliti in casa. Sul portone S. mi ha fermato e seria seria mi ha chiesto: "Ma tu sei etero?". Spiazzato, le ho risposto: "Perché?". Lei si è fatta seria e slacciando il guinzaglio dal collare del nostro terzo e peloso protagonista, ha replicato: "Boh che ne so... non parli mai di te. In casa non hai foto e al telefono ragioni solo di lavoro. È come se avessi due vite: una che condividi con me e un'altra, parallela a questa, dove fai cose che non racconti. Ma ti piacciono davvero le donne?". E nel parlare si era velocemente passata la lingua sul labbro superiore, attirando come sempre la mia attenzione. Se fosse stato un film, magari nella scena finale, l’avrei baciata; oh sì, se l’avrei fatto. Prima a stampo e poi in maniera decisamente più passionale, passandole una mano fra i capelli, che sanno sempre di shampoo all’albicocca. Ma non essendo a Cinecittà, magari avrei rovinato tutto, come sempre. E allora ho sorriso, limitandomi ad annuire. Poi, rivolgendomi alla parete ho chiesto: "Alexia, riproduci Il solito Sesso di Max Gaz...". Ma S. mi ha interrotto: "No fermo, tocca a me stasera. Alexia, riproduci "Vorrei" di Roberto Vecchioni" (Alexia volume 5). Poi, come fosse a casa sua, ha acceso la friggitrice ad aria e ha stappato la bottiglia di spumante. E a me è venuto quasi da piangere, sentendomi per una volta finalmente fermo al punto giusto della favola.

 

Pontedera - Siena: un’altra volta lontani da casa, un’altra volta contro un avversario antipatico e noioso, un'altra volta per continuare a costruire le fondamenta della nostra annata e rinsaldare la nostra orgogliosa fiducia nei vostri confronti. Ci basterà vedervi lottare e dare tutto per esserci felici e battervi le mani.  Onorate la maglia e difendete i nostri colori: tutto il resto poi verrà da sé. Avanti senza paura, fino al novantesimo!

 

Segue

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!



Mirko

13 commenti:

  1. Mi sa vu l'avete presa troppo alla lettera la storia della quarantena,guarda che non so 40 giorni,lo dice la neoscienza che allo scoccare della mezzanotte del 21 giorno non sei più una minaccia mortale
    Povera citta è un mese che aspetta di farsi una trombata

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    1. il sesso è un'attività fisica decisamente decisamente sopravvalutata, come la zumba, il padel e la camminata con le bacchette da sci.

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  2. Hei Q! ho stravoglia di baciarti sul collo a sinistra. S. (dimmi che sta per Sibilla ;-))

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    1. Q è arrossito... molto molto.

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    2. Bada Sibilla, fossi in te seguiterei in privato che hanno visto il tu omo sulla via del ritorno che berciava

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    3. Sibilla è innamorata di Q

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    4. Ma Q è troppo strullo...

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    5. e S è una fava!

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  3. Questa pora citta è rimasta senza monta...ora arriva il toro di Campobasso e sistema tutto, caro il mi segaiolo del Rastrello.
    Uno che legge La Nazione

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  4. Pagliuca se scapoccia rausss... torna il russo del rombo
    Chiodini

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