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martedì 20 settembre 2022

Quarantenni in quarantena, vol. 6

"Pensa che bello se nello spicchio di cielo terso di questa domenica di settembre, guarito dai brutti nuvoloni grigi degli scorsi giorni da un vento gelido che sa di autunno, si levassero improvvisamente in volo 17 mongolfiere, con il cestone colmo di cittini sorridenti e la stoffa del pallone dipinta con i colori delle contrade. Percorrendo il cielo di città, da Camollia a Romana, i 17 palloni sospinti dai capricci della brezza, ora in gruppo e ora in fila, farebbero a gara fra di loro, in un immenso e sterminato palio dei barberi celeste". 


Guardo S. e mi rallegro vedendola di nuovo vicino a me, pensando che anche per oggi il suo cielo è uguale al mio. "Bellooo", asserisce la ragazza, troncando di netto i miei pensieri, mentre una folata di aria un po’ più fresca del solito si infila maliziosa da sotto la porta finestra e fa capolino in soggiorno dopo quattro mesi di afa. Distrattamente, ha iniziato ha accarezzare i miei barberi di legno custoditi nel porta gioie vetro sul mobile di sala. 

Oggi sembra pensosa, chissà che ha? Come a volerla soppesare, S. afferra il barbero con i colori della Chiocciola e la tiene un attimo nel palmo della mano. Le lunghe dite, candide e affusolate, a malapena riescono a ricoprirlo tutto. Come un orafo davanti ad una serie di pietre preziose, molla la Chiocciola per concentrarsi su altri colori. Le mani sfiorano la vernice colorata ma la mente pare altrove. Improvvisamente, non prima di aver rimesso tutto al suo posto, si volta e mi fa: "Con chi si vince oggi?". La tentazione di toccarmi le parti nobili è fortissima ma un po’ per rispetto e un po’ per pudore mi trattengo, limitandomi a rispondere: "Montevarchi?". "E dov’è di preciso Montevarchi?" mi chiede, come a voler tenere in vita questo argomento per non ricadere nei pensieri di poc’anzi. "Montevarchi è un non luogo della provincia di Arezzo quando è quasi Firenze", rispondo. "Non ci sono mai stata, credo", afferma pensierosa. "Sì che ci sei stata. O perlomeno ci sarai passata mille molte percorrendo l’Autostrada del Sole nelle tue scorribande su e giù per l’Italia. Ma forse eri troppo preoccupata a cambiare stazione della radio o a magari messaggi col cellulare per accorgerti del cartello". Aggiungo con cadenza volutamente impertinente. "Guarda che passare per un posto non significa esattamente esserci stata". Mi volto per guardarla malissimo, ricordandomi di quanto sia cacacazzi. La mia piccola canina dal nome troppo lungo invece pare perfettamente d’accordo con lei, mentre le scodinzola fra i piedi, reclamando una piccola carezza, una coccola o anche un grattino. "Beh", replico io "tanto i non luoghi sono tutti uguali, come i matrimoni: quando ne hai visti uno li hai visti tutti". (ecco, magari la scelta della parola matrimonio in questo frangente non è proprio felice, ma lo scoprirò più avanti). "Montevarchi, Empoli, Poggibonsi...". 

Nell’udire la parola matrimonio, S. abbassa improvvisamente lo sguardo. È un movimento impercettibile che tuttavia non sfugge alla mia vista. "Ho detto forse qualcosa che non va?", chiedo annaspando come mi trovassi su una scarpata umida e irta, sdrucciola esattamente come l’aggettivo pàllida, che in questo preciso instante definisce alla perfezione il colore del volto di S. Senza rispondere, con un balzo scatta in piedi e si dirige in balcone, nostro ultimo baluardo di aria pura in una vita di reclusione sanitaria. "Pensa che bello se adesso passassero veramente le tue mongolfiere delle contrade", mi dice mentre una lacrima le riga la guancia sinistra, sbaffandole lievemente quel leggero filo di trucco indossato di recente, che non era certo sfuggito alla mia attenzione (non è strano che si trucchi per scendere da me a vedere il Siena?). Comunque non rispondo. Mi guardo i piedi strusciare uno sull’altro e aspetto. Se fossi in un film, in un libro ma anche in blog, sicuramente me ne uscirei con una battuta meravigliosa e lei cadrebbe fra le mie braccia, ma da quarantenne in quarantena quale sono, con la testa già proiettata all’ imminente match della Robur, non mi viene niente da dire. Forse, rifletto, quando ci sentiamo insoddisfatti dal proprio rapporto sentimentale, si corre il rischio di scambiare le attenzione di molti per le disattenzioni di uno e di colpo mi sento terribilmente di troppo, ricordandomi che in questa storia io sono solo l’altro. Anzi, lo sono solo nella mia testa, visto che fra qualche tempo il tampone uscirà finalmente negativo e tutto tornerà come prima. Con S. ricominceremo a dirci buonasera rincasando dopo una giornata di lavoro, il vino riprenderò a bermelo da solo e la Robur magari tornerà nel grigio anonimato di un campionato mediocre. Ma per il momento… 

Per il momento decido di fregarmene di ciò che sarà e stappando una costosa bottiglia di Valdarno Superiore DOC, mi accomodo sul divano nel posto di S. (è incredibile come le cose diventino improvvisamente familiari). La ragazza invece resta in terrazza ad osservare il cielo, sperando magari di veder comparire uno di quelle mongolfiere colorate e salutare i cittini. Inizia la partita. S. rientra in casa e assaggia distrattamente il vino dal mio bicchiere (almeno nel sporchiamo solo uno, bofonchia). Poi si accomoda per terra, con la testa a pochi centimetri dalle mie ginocchia, incrociando le gambe nella posizione che solo le donne riescono a mantenere. Traversa! Per un poco non le do una ginocchiata. Mi guarda imbufalita e si sposta di mezzo metro. Paloschi, goal! 1 a 0! Ma è buono o fuorigioco? Bono! Esulto alzando il calice come un parroco durante la messa. Le se ne accorge e mi apostrofa: "Sembri il papa la sera di natale". Poi prova ad entrare nel discorso del fuorigioco, io la schivo tipo Tom Cruise in Mission Impossible. Adesso pare un po’ più serena, anche se la foschia dai suoi occhi non pare del tutto passata. Finisce il primo tempo e ricomincia il secondo. Il pomeriggio è piacevole e nell’aria c’è un leggero profumo di fichi. Esce Paloschi ed entra De Paoli (quello bello bello bello). Immagino come sarebbe giocare col tridente d’attacco da "Uomini e Donne" di Maria de Filippi, con Belloni subito dietro a De Paoli e Ardemagni: uno mette il cognome, uno le meches e l’altro gli addominali (Vi prego reintegrate Ardemagni, mi manca più di S.!!!). I bianconeri controllano le folate dei neretti arancioni senza grossi patemi. Guardo S. e trionfante le comunico di aver appena realizzato di trovarmi di fronte una svolta epocale, tipo sbarco sulla luna o scoperta dell’America. Tronfio della mia sicumera, affermo che dopo anni di insopportabile guardiolismo radicalizzato nei finti maestri e begli psicotici mezzi alcolizzati (la ragazza strabuzza gli occhi chiaramente confusa), dopo mille passaggi per traverso e le ripartenze dal basso, dopo l’odioso falso nueve e paccottiglia simile, abbiamo finalmente inventato a Siena il falso dieci o meglio dire il falso diez. 

E ripenso a Sciaccaluga, Pinga, Locatelli o in tempi più recenti anche a un Minincleri qualunque e li trovo tutti legati dal magico filo del talento e dei piedi buoni. Poi penso al nostro attuale (falso) 10, che senza un colpo di tacco o una rabona, corre come Antibo e picchia come Genny Savastano e che al violino preferisce la grattugia. E ringrazio il cielo di vedere un Siena umano! Fatto di gente normalissima, che come noi lavora, suda, lotta e spera. Come Raimo per esempio (per 90’ minuti in cielo, in terra e in ogni luogo), motore della Red Bull infilato a fatica nella carrozzeria di un Sulky. E la voglia di tornare presto sui gradoni di sempre si fa insopportabile. Cinque minuti di recupero tutto sommato tranquilli e fischio finale. Secondo posto in classifica, 7 goal fatti e 1 subito. S. sembra distante e malinconica. Io euforico e presente. Scolo entrambi i bicchieri ma la sensazione di essere di troppo nel suo pomeriggio non ne vuole sapere di andarsene. Corro in camera ed indosso una maglia della Robur, la prima che trovo nell’armadio. Mi sento stupido e felice. Totalmente in contrasto con l’umore di S. Quasi me ne dolgo. Tornando in salotto (in casa avrebbe detto mia nonna, se ancora fosse di questo mondo), trovo S. di nuovo di fronte al portagioie dei barberi. Sospira e tira su col naso, poi, come alleggerita da un pesante fardello, si versa un po’ di vino e mi chiede di mettere qualcosa di lentamente triste. C’è un che di definitivo nelle sue parole, come se dentro di sé si fosse appena combattuta una violenta guerra nella profondità del suo cuore, dalla quale è emerso un solo vincitore. O almeno è quello che penso. "Alexa, riproduci Zombie al Carrefour di ComaCose" (Alexa volume 3). Poi mi faccio piccino piccino e aspetto di iniziare la settimana nuova. O di terminare quella vecchia.

Siena - Montevarchi 1 a 0: - 30 punti alla salvezza e secondo posto. Zero rischi e semplicità. Nessuna illusione ma un'altra meravigliosa domenica intanto è passata. E le settimane a lavoro si fanno più leggere. Ci stiamo affezionando a qualcosa di normale. E nel calcio moderno è veramente una gran bella sensazione. Lottiamo uniti, palla su palla. Noi con voi e voi con noi.

 

Segue...

 

Siena calcio il nome, lotta con onore!

 


Mirko

3 commenti:

  1. Reclamo almeno metà del copyright sul "falso 10" o "falso diez" e te lo e concedo in licenza d'uso!
    Poro Mario

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  2. Alexa riproduci maledetto tempo e trova un altro appartamento da affittare alla vicina quarantenne bipolare

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  3. Racconti come questo meriterebbero il Siena in Champions League. Onore a Mirko

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