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giovedì 11 maggio 2017

Barbicone (parte prima)

Siate onesti: quante volte, negli ultimi tempi, anche voi avete invocato un gesto "alla Barbicone"?
Tante, eh... Ebbene, cari lettori, vogliamo andare a capire meglio chi fosse mai questo benedetto Barbicone? Allacciatevi le cinture, parte un viaggio nel tempo nell'astronave guidata da Roberto Cresti.

In un momento storico in cui i Senesi paiono piuttosto remissivi di fronte a ciò che riguarda la loro città, evocare la figura di Barbicone è una delle poche cose che ha il potere di risvegliarli. Quasi quotidianamente, infatti, specie sui social media e nei blog, capita di leggere espressioni quali: “Ci fosse un altro, o un nuovo Barbicone”, “Bisognerebbe fare come Barbicone”, “Ah che tempi quelli di Barbicone”. E siccome al sottoscritto interessa moltissimo la destrutturazione dei non pochi miti che permeano la storia senese, credo sia utile riflettere su quali fossero le condizioni della città quando scoppiò la notissima “rivolta di Barbicone”, chi fosse quest’ultimo e soprattutto quale fosse la reale natura della compagnia del Bruco cui apparteneva, se davvero fu artefice dell’impresa per cui è così famoso, oppure se nel tempo la leggenda abbia integrato e in parte sostituito la realtà dei fatti. 
La vicenda viene raccontata, con discreta precisione e dovizia di dettagli, dall’unica cronaca senese risalente a quell’epoca, attribuita a tal Donato di Neri, che era nato intorno alla prima metà del Trecento e morì presumibilmente nel 1372, anno a partire dal quale il resoconto dei principali eventi cittadini fu proseguito dal figlio Neri. Egli, dunque, fu testimone diretto, con ogni probabilità, dei gravi disordini deflagrati nell’estate del 1371 ad opera degli scardassieri dell’Arte della Lana e della Compagnia del Bruco. Più tardi questi vennero narrati anche dagli storici cinquecenteschi Orlando Malavolti e Giugurta Tommasi, che tuttavia trassero le notizie dalla cronaca di Donato, senza discostarsene troppo. Una lunga e barbosa precisazione, che tuttavia era necessaria perché di norma la sommossa viene divulgata in modo parzialmente difforme da come la racconta il cronista, specie in alcuni dei punti più salienti.
Gli anni che la precedettero furono particolarmente duri per Siena, sia da un punto di vista politico che economico-sociale. Caduto ormai da un quindicennio il Governo dei Nove, espressione dei ricchi mercanti/banchieri della città, alla fine del 1368 era tumultuosamente salito al potere il Governo dei Quindici, sempre più lontano dalla precedente connotazione mercantile e aperto agli strati più bassi della popolazione. Un governo di inevitabile compromesso, di coalizione diremmo oggi, con cui si tentò di rappresentare tutti i ceti sociali, anche se con evidente predominio di quelli più umili. Otto erano i cosiddetti “Riformatori”, esponenti del popolo minuto (il “Popolo del maggior numero”), quattro i cosiddetti “Dodici”, membri dei ceti medi per lo più provenienti dalle Arti, dunque notai, pizzicaioli, lanaioli, speziali, ma anche maestri muratori, pittori, macellai, cuoiai o fabbri, composizione professionalmente assai frastagliata, ma tenuta assieme dalle buone condizioni economiche della maggioranza di loro, mentre solo tre erano i “Nove”, rappresentanti delle più facoltose famiglie senesi di mercanti e banchieri. Attenzione, però: il confine tra i Riformatori e i Dodici era piuttosto labile, perché tra i primi non figuravano solo i lavoratori dipendenti, ma anche persone un po’ più agiate, non di rado provenienti dalle stesse categorie che sostenevano i secondi, soprattutto commercianti al dettaglio, artigiani indipendenti e rifinitori del settore tessile. Siena, quindi, stava vivendo una fase di profonda instabilità politica, certo non aiutata dalla situazione economica della città, già fortemente ridimensionata e impoverita dalla decadenza bancaria e commerciale dei decenni precedenti, alla quale si aggiunse un periodo di carestia e di altissimi prezzi, con inevitabile svalutazione della moneta. Comprensibile, quindi, che la situazione sociale fosse bollente, soprattutto nei quartieri a più alta densità di salariati.
È in questo contesto che il 26 agosto 1370 comparve sulla scena cittadina la “compagnia del Bruco”, come riporta Donato di Neri che, peraltro, fornisce su di essa indicazioni contraddittorie. È preciso quando afferma che aveva una base territoriale ben identificata (la “contrada di Uvile”), poteva contare su un consistente numero di affiliati (“circa 300 o più”) ed era guidata da un capo di una certa levatura, il ligrittiere Domenico di Lano, che tra maggio e giugno di quell’anno era stato membro del Governo come Riformatore, con l’incarico di Capitano del Popolo e Gonfaloniere di Giustizia. Appare, invece, meno puntuale sugli scopi dell’associazione: da un lato dichiara che si era mossa per raccogliere grano, in un momento di notevole penuria alimentare, e perseguiva “pace e divizia”, quasi fosse una società dedita al bene comune e alla concordia cittadina, dall’altra usa il verbo “si scuperse”, a significare che era uscita allo scoperto, e definisce i suoi componenti dei “congiurati”. Qualcosa non quadra, evidentemente. Per gettare luce sulla questione, di recente Giovanni Mazzini ha scandagliato la documentazione di quegli anni, dalla quale emerge che proprio nel 1368 fu creata una nuova compagnia del popolo o urbana (oggi definite spesso “militari”) nella zona prossima a porta Ovile, non molto vasta territorialmente ma assai popolosa, che quattro anni dopo fu esplicitamente definita come “compagnia del Piano di Ovile cioè del Bruco”. Quest’ultima, dunque, non sarebbe stata un’associazione quasi “sindacale”, e certamente sediziosa, che riuniva i lavoratori più umili dell’Arte della Lana allo scopo di ottenere miglioramenti sul piano contrattuale e salariale, come ancora oggi si tende a credere, ma una compagnia urbana di nuova costituzione, avente le stesse funzioni delle altre (in primis la riscossione dei tributi), una sua base territoriale e ovviamente una composizione sociale assai fluida. Dove molti affiliati potevano essere impiegati nel settore laniero, perché preponderante nel rione, ma altri esercitavano mestieri diversi; come, ad esempio, quel Domenico di Lano capitano della compagnia nell’estate del 1370, che era ligrittiere (oggi si direbbe rigattiere) ossia venditore di roba usata, specie panni ma non solo.
Una compagnia, però, che sin dall’inizio ebbe anche un’evidente connotazione politica, come d’altra parte dimostrano i fatti del 1371, essendo legata a doppio filo con la parte dei Riformatori salita al governo nel 1368. Infatti, nacque proprio in concomitanza con la formazione del Governo dei Quindici e fu presumibilmente disciolta nel 1385, quando esso cadde. Da quel momento nessun documento la menziona più. Ma certo non cadde nell’oblio la sua denominazione popolare, il Bruco, che forse era un nome segreto svelato durante le prime rivendicazioni del 1370, ciò che spiegherebbe perché Donato abbia usato l’espressione “si scuperse”. Esso rimase così impresso nella memoria degli abitanti del rione, da essere riutilizzato dalla Contrada che nel Quattrocento si organizzò su quel territorio, sicuramente per creare continuità con il vecchio organismo, perpetuando il ruolo e le azioni condotte dalla compagnia nei suoi pochi anni di vita, ma forse anche per conferire sin da allora una precisa identità alla nuova Contrada. In questo modo la sommossa del 1371 si scolpì nella memoria popolare e uno dei rivoltosi più attivi, Francesco di Agnolo detto Burbicone, divenne l’eroe del rione.
Sì, sì Burbicone, avete letto bene, non è un errore di battitura! Ma di lui e della rivolta parleremo la prossima puntata.

(continua)



Roberto Cresti

3 commenti:

  1. Luigi De Mossi11 maggio 2017 10:04

    Si ho capito qui per vendere più copie si scomodano gli storici e poi ci vengono date le notizie a puntate per costringerci a comprare il prossimo numero. Peggio di lancio story dei fatidici anni '70. Fo causa a tutti e rivoglio i soldi indietro. Ora vo a leggere i giornali loro sì che nel magico (?) ventennio del Monte dei Paschi da bere hanno fatto libera a vera informazione mica come voi blogger che date le notizie di stretta attualità a fettine.....
    Luigi De Mossi

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    1. Per coloro che vorranno leggere a dritto gli scritti del dott. Cresti, essi saranno presto in vendita in edicola con cofanetto in oro smaltato a euro 72.000 + custodia per Egisto in regalo.

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  2. il Governo dei Quindici rispecchia l'attuale situazione politica: CORSI E RICORSI STORICI....

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