… ce lo avevi detto che ci avresti voluto lasciare prima di Pasqua, per non rompere le scatole a nessuno e farci passare le feste in relativa santa pace. E, cocciutamente, hai rispettato le tempistiche che ti eri dato. Io però ti voglio fare l’ultimo dispetto. E parlare di te oggi, proprio oggi, quando anche Wiatutti cessa normalmente le proprie attività.
Si, perché io penso che per le grandi occasioni non ci siano feste che tengano. E questa è proprio una grande occasione: celebrare la vita di una persona degna del proprio transito terrestre.
Roba da non da tutti, caro Duccio. In questo mondo di zombie, di gente malata, di persone che hanno smarrito la propria umanità e sensibilità, te sei stato esattamente il contrario. Per cui secondo me vale la pena metterlo in evidenza questo tuo tratto distintivo.
Ci si conosceva da tempo immemore, da quando ti trovavo, io ragazzino e te giovanotto alle prime esperienze, in tribunale. Te tampinavi mio babbo per farti dare qualche esclusiva sui casi di cronaca giudiziaria, che lui ovviamente non poteva girarti. Però poi capitava magari che un fascicolo restasse aperto sulla sua scrivania e che lui decidesse di espletare un suo bisogno fisico e l’occhio da Giornalista cadeva proprio lì, su quelle pagine altrimenti non accessibili. In quel momento si creò un sistema di grande complicità fra voi due, che io osservavo spesso ridendo. E te, sempre con quel sorriso da uomo buono che avevi già stampato sulla tua rotonda faccia, ogni volta mi irretivi con dotte citazioni e discorsi apparentemente disordinati.
Da quel momento ebbi la percezione, poi divenuta sicurezza negli anni, che eri un fuoriclasse nel tuo lavoro. La scrittura raffinata, come a mio avviso pochissime penne a livello nazionale possiedono, faceva si che ogni tuo articolo fosse un romanzo a fumetti, una graphic novel che il lettore doveva impegnarsi ad immaginare. Mai superficiale i tuoi testi, che io spesso rileggevo più volte. Che bellezza, che meraviglia!
Un altro bel momento di incontro fu nella tua avventura dentro il Siena, come responsabile della comunicazione nell’era Ponte. Compito improbo, constatata la follia del presidente. Eppure anche lì tanta pazienza, molte risate ed un leggero senso di prendersi poco sul serio la fece da padrone.
Il destino però ha voluto regalarci un’ultima luna di mille, lunga e intensa, quando entrambi eravamo un filino più maturati. Oddio, no… ho sbagliato. Io maturato un cazzo, come hai potuto apprendere. Prima la tua attenzione per questo blog complottista, che sotto sotto, caro Duccio, amavi parecchio. Perché qui dentro era come hai sempre fatto te: massima sincerità, libertà di espressione, scontri e confronti, carezze e schiaffoni. Tutto con il sorriso sulle labbra. Ecco, sicuramente non apprezzavi il lato pecoreccio e pesante di questo spazio, ma la differenza di classe fra te e me - tutta a tuo favore - era notevolissima. Eppure mi dicevi che ero stato bravo a trovare un linguaggio efficace, attraverso il quale le cose si capivano bene. E per me questo fu un grande complìmento.
Infine il tuo decisivo appoggio per lo sviluppo di Millenovecentoquattro. Ecco, lì secondo me ti sei parecchio divertito, anche se da merdina quale eri non mi hai mai dato la soddisfazione di sentirmelo dire nel muso. Però che meraviglia i pomeriggi a discutere e leticare su come impostare la comunicazione, su me che non avevo una visione, su questa cosa ganza che però secondo te avrebbe dovuto travolgere tutto e tutti.
In tutto questo arco di tempo, qualunque sia stata la nostra occupazione, non ci siamo mai presi troppo sul serio. Mi dedicasti una bellissima intervista anni fa come “orgoglioso profeta del demenziale” e ne venne fuori un articolo ganzissimo, sconclusionato, senza censura. Ridesti molto quando, su tua richiesta di inviarti qualche mia foto, ti mandai in ordine: Al-Mutanabbi, De Niro che interpreta Noodles, Pasolini e Beckham. “Dai Simone, per un momento fai le cose serie, lo sai che ti reputo intelligente”. “Ma io sono serissimo”. “Ah, allora va bene”.
Duccio, abbiamo subito una perdita incommensurabile. Ma grazie di avermi dato l’opportunità di conoscerti, mi hai fatto tanto bene.

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