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lunedì 12 febbraio 2018

L'autolavaggio

Ricordi quella volta che rimanemmo in auto, a vedere le spazzole girare sui vetri? "Come in quel telefilm americano", dicesti tu, passandomi il chewing gum con la lingua, nel momento esatto in cui dagli altoparlanti dello stereo fuoriuscivano le parole di quella vecchia canzone degli Stadio. Anche se credo non sia stato affatto casuale ascoltare quel pezzo proprio in quel preciso momento.

In fondo, tu sei sempre stata molto brava con le coincidenze. E io, del resto, c’ho sempre creduto. Ricordo però che il gestore non fu molto contento nel trovarci abbracciati. Chiedemmo scusa con imbarazzo, cercando di nascondere i sorrisi. Vicino a te non c’era mai tempo per la tristezza.
Quando ti ho pensato, la domenica si stava lentamente spegnendo, mentre le luci blu di una ambulanza illuminavano ad intermittenza lo spicchio di quel mondo che da sempre circonda le mie giornate. Mondo che hai sempre tentato di combattere. "Sei prigioniero dentro un buco nero della provincia’", mi dicevi, "sepolto in mezzo a chilometri di riserve di caccia e prati incolti". E l’unico campo che manca è quello del telefono.
Nel piazzale antistante le spazzole un mucchietto di coriandoli coloravano l’asfalto. Forse un babbo ha sbattuto i tappetini, dopo aver portato i figli al Carnevale. Ricordo la tua avversione verso questa bizzarra usanza, durante la quale la gente si maschera, ride e mangia crogetti. "La gente si traveste tutto l’anno", mi dicevi, "che bisogno c’e’ di farlo anche a Carnevale?". 
Pensandoti, mi sono permesso di immaginarti ferma di fronte all’ennesimo bivio della tua vita. Incerta se proseguire o tornare indietro. L’altra notte ti ho sognata, sai? Poco prima di svegliarmi, il tuo ricordo è venuto a bussare alla mia porta. Ci sono giorni che la tua presenza è talmente ingombrante che il mio corpo avverte un senso di disagio in tutte le azioni che compie. Hai presente la sindrome dell’arto amputato? Ecco, non so bene cosa sia, ma secondo me rende abbastanza l’idea. Ne parlavano l’altra sera alla televisione e a me è sembrata una cosa intelligente da dire. Talmente intelligente che ho avvertito il bisogno di appuntarmelo, in quel grande quaderno rosa che hai lasciato sul tavolo, l’unica volta che sei entrata in casa mia.
Nel tornare a quel giorno, ho ricordato che non abbiamo mai avuto niente da festeggiare. Né ricorrenze, né compleanni, né pranzi con i parenti. Niente regali da scartare insieme la mattina di Natale. Non ci sono state torte da ritirare, giacche in lavanderia o felpe legate intorno alla vita, in attesa che il freddo della notte si portasse via il tepore del sole. Forse non eravamo fatti per durare. O forse tutte le cose hanno una scadenza e noi, semplicemente, possiamo farci ben poco. "Non possiamo essere così belli per sempre", mi dicesti quella sera, stringendo fra le mani la sciarpa del Siena, mentre ci stavamo salutando fuori dallo stadio. Ti ho sempre voluto tenere lontano dalla Robur, perché intuivo che un giorno mi saresti mancata e la curva sarebbe rimasta il mio unico rifugio, dentro al quale proteggermi dal tuo fantasma... l'ultimo baluardo, come recita quello lo striscione.
Allo stadio, cantava Gaetano quel giorno all’autolavaggio, noi andavamo durante la settimana. Era il nostro non luogo preferito. Come le stazioni di notte, i distributori chiusi ed i capannoni abbandonati. Adesso hanno messo i cancelli, sai? La curva e’ chiusa senza la partita. Anche se a scavalcare non ci vorrebbe poi molto. Una volta ci sedemmo dentro la B di Robur. Visti da lontano, eravamo due puntini neri chiusi dentro un recinto arancione, immerso in un mare verde. Ci tenevamo la mano senza parlare, guardando il cielo cambiare colore sopra San Domenico. Silenziosi, come uno stadio vuoto. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire il profumo dell’erba umida che poco prima del tramonto sale verso il cielo. Lunedì giocheremo contro la Carrarese e lo stadio sarà illuminato e rumoroso. Diverso da come lo vivevamo noi. Quell’insieme di plastica e metallo è l’unico posto dove riesco a non sentire la tua mancanza. La tua ombra mi lascia all'ingresso e dopo novanta minuti la ritrovo là. Quel piccolo intramezzo settimane, nel quale la Robur gioca e la gente grida, lo chiamo il mio piccolo spazio libero. Il mio giorno di ferie. Il mio armistizio.
Il ciclo di lavaggio stava per finire quando mi è parso di vederti seduta sulla vecchia panchina di ferro vicino alla rete. Per un secondo il tempo è parso fermarsi. La luce gialla del lampione ti illuminava come un attore di teatro. Sorridevi e sembravi felice. Non c’era malinconia nei tuoi occhi. Ricordo quando mi sforzavo di farti ridere, arricciando la bocca per appoggiare la matita tra le labbra ed il naso. Tu ridevi spensierata, mentre con una penna bic ti fermavi i i capelli sopra alla nuca.
La fine arrivò talmente in fretta che non ci dette nemmeno il tempo di capirlo. Adoravo i tuoi finti momenti di rabbia, quando mi giuravi di gufare contro il Siena. Tutt'ora, a volte, ripenso alle tue parole e ancora un po' le temo. Se fossimo ancora insieme, ti direi che il Livorno ha perso, che il tempo sta passando ma non è ancora finito e che tutto è possibile. Ti direi che forse è giunto il momento di invitarti allo stadio, per vedere insieme quella partita che non abbiamo mai visto, per continuare a sognare un epilogo felice.
Forse ti sto pensando così intensamente che il naso ti ha iniziato a prudere. Forse sei ancora ferma di fronte a quell’incrocio e se mi muovo magari ti raggiungo. Ma poi mi fermo un attimo a riflettere.
Dicono che ci sia un tempo per andare e un tempo per tornare. Un tempo per vivere e uno morire. Un tempo per sognare e uno per rimpiangere. La domenica sta finendo e tu non se più là. Se guardassi per un secondo nello specchietto retrovisore, forse riusciresti a vedermi.
Sì, quella figura scura in fondo alla via, che agita il braccio sopra alla testa, sono io. Domani gioca la Robur e tu verrai con me. Ed insieme raddoppieremo la voce, per spingere quella palla dentro alla rete, in modo che anche questo sogno non se lo porti via l'alba.

Siena - Carrarese: se nell’arco di un campionato alcune partite contano più di altre, questa credo proprio faccia parte delle prime. Il momento è talmente importante che forse non riusciamo ancora a coglierne l’effettiva grandezza. Ci sono partite da giocare e altre da vincere. Questa che ci aspetta non ammette scuse. Vincere, senza se e senza ma. Per una serie infinita di motivi.

Tutti insieme uniti avanzeremo.


Mirko

3 commenti:

  1. Sublime penna, Mirko ! Le tue parole illuminano la Robur ben al di là del Rastrello

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  2. Risposte
    1. ...Pearl Jam del 2009? Che meraviglia!
      W Virgin Radio e abbasso Sanremo!
      Mirko

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