Riceviamo e pubblichiamo.
"Essendo il mercato una creazione umana, l'intervento pubblico ne è una componente necessaria": Federico Caffè (1914 - m.p. 1987), economista, uno dei principali diffusori italiani della teoria keynesiana, membro dell'Ufficio Studi della Banca d'Italia di Menichella, membro della Commissione Economica dell'Assemblea Costituente, ordinario di Politica Economica e Finanziaria all'Università La Sapienza di Roma (tra i tanti suoi allievi segnaliamo Draghi, Visco, Ciccarone), commentatore economico al "Messaggero" e al "Manifesto".
Mario Draghi si laurea in economia nel 1970, con una tesi su "Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio", relatore Federico Caffè. Dichiarerà molti anni dopo: "Era una tesi sulla moneta unica e concludevo che la moneta unica era una follia, una cosa assolutamente da non fare".
Se l'introduzione del sistema monetario europeo del 1978 è stato il primo passo verso l'unificazione monetaria, possiamo affermare che le decisioni politiche prese in direzione dell'unione monetaria rappresentavano una cosciente forzatura non giustificata dai fondamentali e dunque un vero e proprio azzardo morale, con scopi diversi da quelli dichiarati verso l'opinione pubblica europea (pace e prosperità) e molto più attinenti alla distribuzione della ricchezza tra Paesi e relative classi sociali.
Facciamo un passo indietro fino al 1961, quando Robert Mundell (classe 1932, economista canadese, morto a Siena nel 2021) formula la teoria delle aree valutarie ottimali per la quale prende un Nobel (OCA - Optimum Currency Area), che, semplificando esageratamente cercheremo di definire. I criteri in base ai quali, secondo Mundell, due o più Stati volessero intraprendere con successo un'unione monetaria (in termini di crescita del benessere e stabilità finanziaria) sono: 1) comunanza di lingua e cultura; 2) mobilità del lavoro (emigrazione/immigrazione); 3) mobilità dei capitali; 4) integrazione dei mercati finanziari; 5) integrazione del mercato del lavoro; 6) coordinamento fiscale e devoluzione fiscale.
Fatti salvi questi pre-criteri, si procede poi per gradi definendo come area valutaria ottimale quell'area che riesce a reagire ad uno shock economico asimmetrico senza entrare in recessione. Facciamo un esempio pratico per capire meglio: l'Italia oggi è definibile area valutaria ottimale (70 anni fa forse no) e per diventarlo si è dovuto operare verso il raggiungimento di quei criteri esposti da Mundell, in primis quello culturale. Come si reagisce ad uno shock economico asimmetrico, cioè ad una crisi economica che colpisse, per esempio, la Sicilia? Semplice, si applica prima il criterio della libertà di movimento dei fattori produttivi -> i lavoratori siciliani disoccupati prendono il treno con una valigia di cartone e si recano a lavorare nelle fabbriche della Lombardia - poi si applica il criterio di devoluzione fiscale -> la Lombardia, regione relativamente più ricca ed in surplus fiscale, devolve in favore della Sicilia in deficit e con tale devoluzione la regione in deficit finanzia quel tanto di spesa pubblica utile al mantenimento dei servizi di base e alla pace sociale. Si tratta pur sempre di uno scambio: la "fornitura" di mano d'opera a basso costo per l'industria del nord viene parzialmente rimborsata attraverso contribuzione fiscale e così facendo la crisi si supera evitando che la recessione regionale diventi sistemica.
In U.S.A. stessa cosa, se l'industria automobilistica entra in crisi gli operai di Detroit disoccupati volano a lavoro nella Silicon Valley e lo Stato della California devolve fiscalmente in favore del Michigan. Dobbiamo anche dire che l'unione monetaria americana (e non solo quella) per diventare ottimale è dovuta passare in origine all'uniformità culturale, il che ha significato il piallamento fisico di tutti i popoli nativi, effetto collaterale fisiologico sempre legato al raggiungimento di un obiettivo superiore, pace e prosperità. Quando sentite parlare, per esempio, di esercito comune europeo non vi sorge qualche dubbio? Dato che in Unione Europea si parlano 27, o più, lingue diverse e si scrive ufficialmente con quella dell'unico Paese che si è tolto dalle scatole, non vorrei che, sempre per scopi benefici e superiori, dall'avere in casa militari francesi o tedeschi venissero fuori effetti collaterali.
Dunque, se dal punto di vista economico le idee sono chiarissime fin dal 1961, il nodo diventa politico e l'azzardo morale pesa come un macigno. La politica usa lo strumento tecnico economico sbagliato per il raggiungimento di uno scopo superiore che principalmente riguarda la distribuzione della ricchezza, lo strumento tecnico sbagliato (unione monetaria non ottimale), siccome non funziona, crea delle crisi economiche che spingono sempre più nella direzione del raggiungimento dei criteri originari di Mundell (mobilità dei capitali, immigrazione, appiattimento culturale, ecc) fino al punto di non ritorno. Si capisce bene da questo che l'unione monetaria serve solo quando è dannosa (Draghi dixit). Se due Stati rispettassero in pieno i criteri di Mundell, cioè se il mercato del lavoro fosse integrato, la politica fiscale fosse armonizzata, fosse presente libero movimento dei fattori produttivi, comunanza di cultura, stretta integrazione finanziaria e commerciale, le due valute di riferimento avrebbero un cambio così tanto stabile che una valuta comune sarebbe inutile.
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Iuri

Andrebbe ricordato a quel mostrino che dice che a Siena ci si illuse di diventare il primo centro finanziario d'Italia, che nel 2007 MPS capitalizzava più di Commerzbank, la seconda banca tedesca. Sono numeri, non cazzate.
RispondiEliminaIl Granacci
Uno di Valli non so chi tu sia ma sei un grande!
RispondiEliminaCarlino
Da omino appartenente al popolino zozzo ho sempre pensato, così a intuito, che la moneta unica avrebbe rappresentato una bella fregatura per le classi sociali subalterne a meno che non si fossero prima uniformati a livello europeo lo stato sociale, i salari ed i diritti dei lavoratori. In fondo quello che racconti qui è che con la moneta unica siamo costretti ad una omogeneizzazione, anche culturale, degli stati europei, pena lo shock economico di uno degli stati membri. La crisi greca altro non sarebbe stata che un monito per chi non accetta la transizione verso il nuovo modello economico e (anche) culturale? Me lo chiedo perchè, così sempre ad intuito, nel futuro prossimo avremo un bel da fare per difendere e lasciare inalterate certe nostre specificità culturali. Cecco
RispondiEliminaEsatto Cecco, bisogna anche capire bene come la moneta unica rappresenti solo uno strumento violento e scientifico subordinato ad un progetto politico ben preciso. Il fine è multiplo: piallamento della classe subalterna(già classe media italiana) e conseguente neutralizzazione dei processi democratici.
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